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Amsicora: chi era il leader della rivolta sarda contro Roma e perché è diventato un mito

Amsicora è, insieme ad Eleonora di Arborea, il personaggio più conosciuto della storia sarda, quasi fondativo dell’identità regionale: a lui sono dedicate nell’Isola migliaia di vie e luoghi, tra cui lo stadio in cui il Cagliari Calcio vinse il celebre scudetto del 1970. Ancora oggi molte persone portano questo nome, spesso e volentieri per ragioni non casuali. Affrontare quindi la storia di Amsicora (abbiamo deciso di utilizzare la variante più comunemente utilizzata) in un articolo divulgativo non è per nulla semplice, ma abbiamo deciso di provarci comunque, cercando di mettere in fila quello che si può ricostruire su questa figura con un ragionevole grado di sicurezza.

Amsicora contro Roma: un mito che dura sino ai giorni nostri

Innanzitutto, una piccola premessa. Al contrario di quanto forse è percepito dall’immaginario popolare, la vicenda storica di Amsicora non è particolarmente lunga, non si snoda cioè per diversi anni: al contrario, l’eroe antiromano compare quasi improvvisamente a un certo punto della storia e, dopo appena una manciata di mesi, la rivolta che aveva promosso è già schiacciata e lui stesso perde la vita. In altre parole, se confrontata con le altre insurrezioni che i romani hanno affrontato nel corso della loro vicenda imperiale (pensiamo alle guerre giudaiche), la ribellione guidata da Amsicora è stata sconfitta con relativa facilità, tra l’altro in un momento in cui Roma affrontava una sfida fondamentale per la propria esistenza (la guerra contro Cartagine). Eppure, nonostante questo arco temporale ristretto, il mito di Amsicora è arrivato sino ai giorni nostri. Perché? Sul finale proveremo a rispondere a questo interrogativo fondamentale.

Il contesto storico: la Sardegna tra Cartagine e Roma

Prima, però, cerchiamo di comprendere il contesto storico in cui si è snodata la vicenda di questo personaggio. Nel 238 a.C, come abbiamo raccontato in questo articolo, la Sardegna, dopo secoli di dominio punico-cartaginese passò improvvisamente sotto orbita romana, poco dopo la prima guerra punica. Una ventina di anni dopo, nonostante l’isola fosse diventata nel frattempo provincia romana, ebbe luogo la rivolta capeggiata da Amsicora. Le tempistiche non sono casuali, come mette in luce lo storico Attilio Mastino:  “La repentinità del passaggio della Sardegna dalla sfera di controllo punica a quella romana è certamente una delle possibili concause che determinarono la difficoltà incontrata da Roma nel tentativo di giungere alla “pacificazione” dell’isola. Nel momento in cui ebbe luogo tale passaggio, i Sardi mostravano infatti connotati culturali profondamente segnati dal plurisecolare rapporto con il mondo culturale fenicio-punico, connotati che, per certi versi, nemmeno i successivi secoli di dominazione romana riuscirono a cancellare del tutto dal “genoma” culturale sardo”.

Chi era Amsicora: origine e identità

Ma che tipo di sardo era Amsicora? Ovvero, usando una serie di concetti da prendere con cautela, a quale sfera etnico-culturale apparteneva? Quello che possiamo dire con una ragionevole certezza è che, in quegli anni, la cultura nuragica era ormai estinta da diversi secoli, più o meno da quanti oggi ci separano con la scoperta dell’America. Ovviamente i sardi dell’epoca nuragica non erano svaniti nel nulla ed i loro discendenti avevano continuato ad abitare l’isola. Che, però, nel corso dei secoli, aveva conosciuto l’afflusso di altre popolazioni, per effetto dell’influenza fenicia e poi della vera e propria dominazione cartaginese, perdurata per secoli. Necessariamente, dunque, la composizione etnica della Sardegna dell’epoca doveva essere variegata. Una delle fonti principali a nostra disposizione, Livio, evidenzia esplicitamente come Amsicora fosse originario della città di Cornus, che può essere identificata nel sito punico della collina di Corchinas nel comune di Cuglieri, sorto su un precedente insediamento indigeno. Cornus era probabilmente uno di quei centri al cui interno convivevano fianco a fianco la componente punica (alla quale si attribuisce nel IV secolo a.C. la fondazione della città sul colle di Corchinas) e quella più propriamente indigena. Da rilevare, comunque, come il celebre glottologo Massimo Pittau rigettasse questa interpretazione, evidenziando come in Livio non ci fosse nulla che facesse intendere che Amsicora fosse un punico e che Cornus fosse una città “sardo-punica”, mettendo anche in evidenza come nel pianoro in cui si trovano i resti di Cornus si possano osservare anche tre nuraghi, certamente non costruiti dai punici.

L’ipotesi libica e i legami con i sardi dell’interno

Un ulteriore elemento di complicazione è data dal nome stesso Amiscora, che è stato spesso interpretato dagli esperti come una variante del libico Ampsaga, che tra l’altro era il nome di un fiume antico del Nord Africa. Ma cosa hanno a che fare i libici con la Sardegna? Sappiamo dalle fonti che Cartagine aveva la pratica (abbastanza consueta in epoca antica) di delocalizzare anche con la forza interi gruppi di popolazioni all’interno dei territori di propria egemonia. Nei secoli precedenti alle guerre puniche elementi libici furono trasferiti in Sicilia, Iberia e anche in Sardegna: già nel V secolo a.C. già l’Anico di Mitilene parlava di una stirpe di Sardo-Libi. Persino Cicerone, un paio di secoli più tardi, sostenne la discendenza dei sardi dai Punici a seguito di una mescolanza con il sangue africano. Insomma, molti indizi lasciano credere che Amsicora potesse davvero essere un discendente di immigrati libi in Sardegna che, molto probabilmente, nel corso dei secoli si erano anche mescolati con gli elementi indigeni. Lo dimostra, come racconteremo tra qualche paragrafo, la missione di Amsicora presso i sardi pelliti (ricoperti di pelli), che probabilmente non sarebbe stata tentata in assenza di legami familiari o culturali di qualche tipo. In questo senso potrebbe essere interpretato anche un passaggio della seconda fonte scritta a nostra disposizione, quella di Silio Italico, secondo cui il condottiero era orgoglioso della propria origine iliaca: in questo caso, l’orgoglio, più che alla Ilio dei poemi omerici, era da intendersi al popolo sardo degli Iliensi, a cui per l’appunto appartenevano i sardi pelliti. Infine, a conferma della integrazione progressiva tra elementi libici e sardi, i linguisti tendono a considerare il nome del figlio di Amisicora, Hosto, come pre romano e indigeno.

Le cause della rivolta sardo-punica contro Roma

Amsicora non era certo una persona comune dell’epoca: Livio ci dice che era primus tra i principes della Sardegna “qui tum auctoritate atque opibus longe primus erat”, ovvero che all’epoca era di gran lunga il più influente e il più ricco. Queste ricchezze molto probabilmente derivavano dallo sfruttamento delle risorse del Montiferru o dal possesso di ampi latifondi, in relazione alla produzione di grano. Probabilmente Amsicora era anche un magistrato (sufeto) della città di Cornus. In altre parole, Amsicora era uno dei principali esponenti dell’élite sarda dell’epoca, che si mise a capo della rivolta di tutti i conterranei stanchi del dominio romano e nostalgici del periodo cartaginese. La sollevazione fu senza dubbio strettamente collegata alla celebre guerra punica (219 -202 a.C.), che portò Roma a una delle crisi militari e politiche più acute della propria storia, per effetto della guerra portata in Italia dal condottiero punico Annibale. Che inflisse pesantissime sconfitte alle legioni repubblicane, tra cui quelle del Lago Trasimeno e di Canne, tanto da indurre i romani – secondo Livio – a sacrificare un uomo e una donna gallici e un uomo e una donna greci nel tentativo di ingraziarsi le divinità.  Di fronte al protrarsi del conflitto, con Annibale a poche centinaia di chilometri dal foro romano e con la rivolta di molte popolazioni italiche precedentemente sconfitte (ma non tutte), Roma dovette spremere tutte le sue risorse, aumentando quindi le imposizioni fiscali alle province, Sardegna compresa. Naturalmente tutto questo, come mette in luce Mastino, determinò una situazione di forte malcontento tra i Sardi, soprattutto tra i latifondisti sardo-punici che vedevano seriamente danneggiati i propri interessi economici.

L’appoggio di Cartagine alla rivolta di Amsicora

Ecco, dunque, che nei primi mesi del 215 a.C. giunse a Cartagine una delegazione dei principes della Sardegna, capitanata per l’appunto da Amsicora. I nobili sardi si dichiararono pronti a insorgere contro la rapacità romana e chiesero esplicitamente l’aiuto della potenza punica. “Tito Livio ricorda che una ambasceria dei principes sardi, dunque espressione sicuramente delle città sardo-puniche (escluse le antiche colonie fenicie, forse parzialmente rimaste fedeli ai Romani) e di alcuni popoli della Sardegna interna, si recò a Cartagine, chiedendo un appoggio militare alla rivolta che serpeggiava ovunque nell’isola, dove i Romani avevano poche truppe (una legione) e dove il governatore Quinto Mucio Scevola si era ammalato ed aveva contratto la malaria”, ha raccontato a Cronache Sarde Mastino.
Cartagine, nonostante il sostanziale stallo della campagna in Italia e una situazione difficile sul fronte spagnolo, decise di sostenere la rivolta, mettendo a capo della stessa il generale Asdrubale il Calvo, a capo di una spedizione indicativamente di 12.000 fanti, 1.500 cavalieri e 20 elefanti.
Ma perché Cartagine decise di dare ascolto ad Amsicora e ai suoi sodali? Le ragioni sono numerose: da una parte il disegno esplicitamente attuato dai punici fu quello di provocare una sollevazione delle popolazioni italiche contro Roma. Sarà anzi proprio la fedeltà di parte degli alleati a consentire ai romani di superare la fase più difficile della seconda guerra punica. Inoltre, c’era sicuramente la consapevolezza che la reconquista della Sardegna avrebbe messo in forte crisi il dominio romano nel Mediterraneo occidentale, isolando spazialmente il fronte iberico. Infine, la speranza era probabilmente quella di una conquista relativamente facile, favorita dalla forte presenza della cultura fenicio-punica nell’isola

La missione di Amsicora

In realtà, come si vedrà nelle fasi successive del combattimento, la rivolta di Amsicora non incendiò l’intera isola, ma appare avere interessato i centri della costa centro-occidentale dell’isola e del loro immediato entroterra, come appunto Tharros e Cornus, mentre invece il Campidano e, soprattutto, la città di Caralis si mantennero fedeli ai romani.
Una volta rientrati in Sardegna, Amsicora e i suoi fecero divampare la rivolta, che suscitò enorme preoccupazione in Senato, tanto che si decise immediatamente l’invio di rinforzi guidati da Tito Manlio Torquato. Le legioni si diressero risolutamente da Caralis verso l’Oristanese, dove ferveva la rivolta sarda. E Amsicora? Qui c’è forse il passaggio più interessante dell’intera vicenda, ovvero che il condottiero si recò in missione presso gli iliensi, alla ricerca di giovani armati da inserire nel suo esercito. Una missione che ebbe successo, probabilmente anche per effetto delle già citate probabili relazioni di parentela di Amsicora con quel mondo. I ribelli fecero anche in tempo a battere delle monete, che su una facciata presentano la testa incoronata di Tanit, un elemento comune della cultura e della monetazione cartaginese, dall’altra invece oltre alla stella Argeade, simbolo universale del bacino mediterraneo di vittorie e di fortuna, anche il toro, legato alla simbologia indigena.

La sconfitta e la morte di Amsicora

La missione di Amsicora in terra iliense, però, costò parecchio ai rivoltosi sardo-punici. Secondo quanto racconta Livio, il comando dell’esercito fu affidato a Hosto, che decise di affrontare le forze romane con troppa fretta, tanto da essere sonoramente sconfitto (3.000 sardi uccisi e 800 catturati) in una battaglia combattuta probabilmente presso San Vero Milis. Le residue forze ribelli di Hosto riuscirono comunque a riparare a Cornus e, qui, poco dopo si riunirono sia l’esercito di rinforzo cartaginese sia le truppe di Amsicora. A questo punto la rivolta sardo-punica riacquistò vigore, tanto da dilagare verso il Campidano. Lo scontro decisivo, il cui esito fu anche questa volta favorevole ai Romani, ebbe luogo però non lontano da Caralis, in una località ubicata probabilmente tra Sestu e Decimo. Nella battaglia trovarono la morte circa dodicimila uomini del fronte sardo-punico, fra cui il figlio di Amsicora, Hosto. Le fonti romane ci dicono che Amsicora, fuggito alla morte in battaglia con un modesto stuolo di cavalieri, si uccise nel cuore della notte dopo aver appreso che anche il figlio era tra i caduti. Gli altri superstiti della battaglia, privati dei loro duces, si rifugiarono a Cornus, che però Manlio Torquato espugnò dopo un assedio.

Un suicidio troppo “barbarico”

Qui termina la vicenda militare e umana di Amsicora, anche se forse è doveroso aggiungere una piccola parentesi al racconto del suo suicidio. Ovvero, la ricostruzione delle fonti romane sembra quasi volere dipingere il condottiero sardo come un essere umano passionale e, in fondo, irrazionale, per certi versi barbarico. È davvero possibile pensare che una persona del suo rango e della sua esperienza, messosi a capo di una rivolta armata contro Roma e avendo affidato il ruolo di vice al suo figlio, non avesse messo in conto un esito tragico della vicenda? Molto lascia pensare che il suicidio di dolore di Amsicora raccontato dalle fonti segua una sorta di modello, influenzato dall’epica e dalla visione dei romani nei confronti dei popoli giudicati come barbarci. È assai più probabile che, secondo il personale punto di vista di chi scrive, che – se davvero fu effettivamente un suicidio – Amsicora, ormai braccato e circondato, abbia voluto evitare il destino che attendeva i prigionieri di rango dei romani: ovvero essere portati in catene nella città eterna, costretti a sfilare in occasione del trionfo dei nemici e, poi, uccisi.

Qualche giudizio sulla figura storica di Amsicora

Che giudizio possiamo quindi dare della figura di Amsicora e perché è arrivata sino a noi? Di seguito un paio di giudizi che sentiamo di condividere “La figura di Amsicora rappresenta luminosamente il tema della resistenza dei Sardi contro l’invasore romano, anche se le nostre fonti conservano una serie di stratificazioni complesse, che non sempre è possibile illuminare: in particolare la lettura e l’interpretazione che ne danno Tito Livio e Silio Italico appare in parte contraddittoria, se pure conserva tracce che ci consentono di risalire indietro nel tempo, mettendo a fuoco le componenti del popolamento nella Sardegna antica. La sconfitta del figlio Hostus a Cornus e di Hampsicora nel Campidano, l’assedio della capitale della rivolta, la cattura dei comandanti cartaginesi segnò nel 215 a.C. la fine del Bellum Sardum, ma anche l’inizio delle rivolte endemiche che sono attestate per tutto il II secolo a.C”, spiega Mastino a Cronache sarde. In un ulteriore passaggio di un suo libro, lo storico evidenzia che “Amsicora è forse il punto terminale della più evoluta cultura sarda testimoniata nella sua fase finale nel santuario di Mont’e Prama al piede del Montiferru e insieme un personaggio capace di confrontarsi con le potenze mediterranee del suo tempo: un eroe antico ma non barbarico, che forse a distanza di 22 secoli può insegnare molto anche a noi oggi. Inoltre, consente di cogliere come si elabori, si difenda e si trasformi un’identità etnica, quella sarda che, come si è tentato di dimostrare, comincia da molto lontano con un processo nel quale la “cultura” parte dalla condizione di “natura” per rifunzionalizzarsi continuamente”. Una interpretazione simile è data dal canale Evropantiqva nel video che trovate ospitato in questa pagina “Così come i loro condottieri, Amsicora e Hosto, i rivoltosi che avevano preso le armi contro i Romani, sicuramente vanno considerati una realtà diversa da quelle dell’entroterra sardo e carica di un’eredità africana e punica, ma al contempo una realtà che identificava la Sardegna come la propria patria e che si percepiva sarda, e che quindi come tale era identificata dai Romani”.

Perché Amsicora è diventato un mito

In conclusione, possiamo affermare che Amsicora, anche se non ha avuto tutti i sardi dell’epoca con sé, è diventato un mito per tutti quelli successivi perché è stato il primo caso documentato di isolano che ha sfidato apertamente una potenza straniera occupante, come peraltro non capitato in tantissimi altri casi nella storia della Sardegna. E dopo la sua sconfitta, quello che c’era prima (la cultura sardo-punica, forse persino con qualche reminiscenza tardo-nuragica) non tornò più, sostituita per sempre da qualcos’altro (la lingua e la cultura latina) che ci accompagna ancora oggi. E il passato, soprattutto quando mitizzato, è sempre motivo di rimpianto.

FONTI

  • Attilio Mastino,Pier Giorgio Spanu, Raimondo Zucca -Naves plenis velis euntes
  • Attilio Mastino – I sardi Pelliti del Montiferru o del Marghine: le origini di Ampsicora
    • @Evropantiqva – Chi era Hampsicora, nobile sardo ribelle
    • Pittau Massimo: L’eroe Hampsicora era sardo, non cartaginese


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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