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Editto delle Chiudende: cosa ci fu davvero dietro alle rivolte in Sardegna
Pochi episodi della storia della Sardegna sono capaci di accendere gli animi quanto l’Editto delle Chiudende, varato nel 1820. Per quei pochi che lo avessero dimenticato parliamo del provvedimento con cui fu sancito il diritto dei proprietari di chiudere liberamente (cioè senza bisogno di autorizzazione) i propri terreni non soggetti a servitù private o pubbliche con siepi, muri o fossi. Una normativa che, come dicevamo, contiene tutti gli ingredienti necessari per accalorare il dibattito: prima di tutto il contesto storico in cui si è verificato, ovvero la dominazione sabauda pre unitaria, un’epoca invisa se non detestata dall’opinione pubblica sarda contemporanea. In secondo luogo, c’è la convinzione diffusa che questa norma abbia spalancato le porte a una privatizzazione di terreni da secoli destinati all’uso collettivo, contribuendo così all’arricchimento di pochi e all’impoverimento di molti. Infine, a rafforzare la percezione di una rivolta di popolo contro una legge ingiusta e sbagliata, ci sono le rivolte che si verificarono negli anni successivi all’emanazione.
Ma le cose stanno davvero così? Come racconta Giampaolo Salice, Professore associato di Storia Moderna presso l’Università di Cagliari, nel suo saggio “Una nazione e il suo immaginario. La rivolta contro le chiudende dal mito alle fonti d’archivio”, le rivolte susseguenti all’editto delle chiudende hanno poco a che fare con una rivolta dei ceti subalterni contro il padronato. E vanno anzi inquadrate nelle lotte di potere interne ai gruppi dirigenti delle comunità della Sardegna del tempo.
Il contesto storico alla base delle Chiudende
Ma innanzitutto va compreso il contesto storico in cui fu emanato l’Editto delle Chiudende: “Il contesto è quello di un Paese, il Regno di Sardegna, nel quale già dal 18° secolo era attivo un dibattito sul rapporto uomo-terra che rifletteva una discussione più ampia di livello europeo. In estrema sintesi, nella società sarda del tempo permanevano forme di rapporto con la terra di matrice feudale Mancava la partizione, che oggi caratterizza il nostro mondo, tra terre pubbliche e terre private, perché a prevalere era la logica del dominio diviso. Semplificando molto, si potrebbe dire che un terreno poteva essere sfruttato contemporaneamente da più persone o da più enti. Dunque i titolari del predio non potevano avere una presa esclusiva su un determinato terreno, che restava soggetto ad altri usi comunitari come il pascolo, il legnatico, il ghiandifero, ecc. Proprio la presenza di questi usi impediva la chiusura dei terreni (che non era assente nella Sardegna moderna, ma riguardava aree relativamente limitate). Per fare un esempio ancora nel Novecento, se si possedeva un uliveto e questo non veniva chiuso o recintato, il cacciatore aveva il diritto di entrare a inseguire le sue prede. Nell’Ottocento questi usi – che in Sardegna venivano chiamati ademprivi – venivano ormai visti come una limitazione allo sviluppo di un’agricoltura moderna”.

Il diritto di chiudere i terreni: cosa prevedeva la legge del 1820
Le élite del tempo consideravano fondamentale la chiusura dei terreni, perché in questo modo sarebbe stato possibile impedire che più soggetti facessero uso della stessa superficie, favorendo così l’adozione di colture specializzate (come il cotone, la coltivazione del baco da seta) oppure i perfezionamenti delle razze di animali da allevamento. ecc. Norme di questo genere furono introdotte un po’ in tutta Europa prima e dopo la rivoluzione francese. In Sardegna, a farsi promotrice di questa istanza fu la Reale Società Agraria ed Economica di Cagliari, nata nel 1804. “Le chiudende materializzarono un indirizzo di governo del territorio calato dall’alto, ma elaborato in seno alla stessa società sarda. Fu un ristretto gruppo di giuristi e possidenti sardi, educato ai valori del riformismo e dell’illuminismo, a scrivere di proprio pugno questa legge, che fu poi emanata nel 1820. In estrema sintesi l’editto consentiva ai possessori di terre, a coloro, cioè, che detenevano i titoli legali, di chiuderle e sottrarle all’uso collettivo. In maniera non corretta, spesso si è parlato di terre collettive e terre pubbliche interessate dall’editto delle chiudende. Ma in realtà quelle interessate erano terre su cui già esistevano delle forme di impossessamento privato“, chiarisce Salice. E non si può pertanto parlare di terre pubbliche o collettive privatizzate. L’editto riguardava dunque aree già privatizzate, ma soggette a usi collettivi. Una condizione completamente differente.

Un processo di privatizzazione in atto da secoli
Nel Regno sardo, già dal Cinquecento, era in effetti in atto un processo di privatizzazione fattuale sulle terre feudali: tutto il Regno di Sardegna era territorio del re, che lo distribuiva in quote ai suoi feudatari. I quali, a loro volta, assegnavano queste terre alle comunità già esistenti, oppure ne fondavano di nuove.
Questi terreni venivano poi a loro volta suddivisi tra gli abitanti di queste comunità, i quali le possedevano a buon titolo, cioè avevano il diritto di darle in eredità, venderle o comprarle, pur sempre restando all’interno di un perimetro feudale. “In ultima analisi questi possessi restavano esposti a usi collettivi che non rendevano però queste terre pubbliche, perché i diritti di chi le aveva spietrate e rese produttive trovavano tutela nella giurisprudenza dei tribunali regi. Il fatto si poneva come diritto. Erano terre di proprietà “imperfetta”. L’editto delle chiudende consentiva a questi proprietari imperfetti di perfezionare il possesso, sottraendoli agli usi ai quali erano soggetti”.
I ritardi nell’applicazione della legge
Le chiusure però non arrivarono immediatamente, tanto che le rivolte citate in precedenza sono addirittura di dodici anni successive all’emanazione dell’editto. Come accade ancora oggi con i regolamenti attuativi e le interpretazioni ufficiali, servirono infatti alcuni anni per stabilire le concrete procedure e persino per comprendere quali fossero gli uffici preposti all’attuazione. Quando l’intero impianto dell’editto cominciò a entrare in funzione si era giunti ormai alla fine degli anni Venti e, a questo punto, ebbero inizio le chiusure dei terreni.
Chi chiuse davvero i terreni dopo il 1820
Ma chi compì realmente questa operazione? “I terreni furono chiusi dalle persone che se lo potevano permettere, cioè dal ceto mezzano e quello medio-alto, perché la chiusura non era un’operazione esente da costi, soprattutto quando si trattava di innalzare i muri a secco. Questi ultimi non sono però l’unica modalità di segnare le chiusure: in Campidano, dove non ci sono abbastanza pietre, si utilizzarono i fichi d’india, oppure dei fossati. Ma l’aspetto significativo è che le chiusure non furono fatte solo dai grandi proprietari, ma anche da sarti, bottai, piccoli contadini, persino vedove, che magari possedevano dei piccoli appezzamenti. Si trattava dunque di persone che facevano parte del ceto medio, che volevano sfruttare l’editto per rendere più profittevoli le proprietà”. Il problema è che queste chiusure spezzarono equilibri secolari, non tanto a svantaggio del ceto proletario quanto, piuttosto, dei grandi proprietari di bestiame. Questi ultimi avevano infatti bisogno di vaste terre aperte per fare pascolare le proprie greggi e, dopo le Chiudende, sarebbero stati obbligati a pagare un affitto ai proprietari dei terreni chiusi.
Le rivolte contro le Chiudende: cosa accadde davvero
“L’interpretazione storiografica tradizionale ha visto nelle rivolte degli anni Trenta un’insurrezione del proletariato, a cui sarebbe stata sottratta la base fondiaria su cui si reggeva la sua sussistenza. Invece gli studi più recenti dimostrano che le cose sono andate diversamente. In definitiva, le rivolte del 1832 sono frutto di uno scontro all’interno delle élite, in cui sostanzialmente furono aggredite le chiudende dei nemici. Non esisteva dunque una contrarietà ideologica alle chiusure, che era anzi condivisa da tutto questo ceto, ma c’era piuttosto da parte delle singole persone un’avversione a determinate chiusure, che magari rafforzavano troppo il proprio nemico/rivale oppure che precludevano l’accesso ad aree che sino a poco prima erano sfruttate liberamente. Spesso furono proprio i grandi proprietari di bestiame a reagire, buttando giù i muri e minacciando di morte coloro che praticavano le chiusure. E a volte le minacce si tramutarono in veri e propri omicidi”.

Faide locali, violenza e controllo del territorio
I collegamenti con i fermenti rivoluzionari che caratterizzarono alcune aree d’Europa (tra cui Francia e Italia) nei primi anni Trenta del secolo sembrano inesistenti, anzi: nelle lettere anonime che vengono scritte dai rivoltosi alle autorità sabaude per denunciare le chiudende altrui veniva spesso ribadito come le rivolte fossero fatte in nome della difesa diritti legittimi e non con intenti rivoluzionari.
La grande domanda relativamente alle rivolte del 1832 è: sono servite a qualcosa? O, meglio, i rivoltosi hanno raggiunto i loro obiettivi? “Queste rivolte andrebbero studiate caso per caso, i loro esiti sono legati alle dinamiche interne di ciascun paese/comunità. Senza considerare che sono spesso poi la traccia visibile di vere e proprie faide magari in atto da decenni. Le rivolte segnalano che le élite locali avevano il monopolio della violenza nei rispettivi territori, in una fase in cui lo Stato non si era ancora dotato di quegli strumenti amministrativi e di controllo dell’ordine pubblico che saranno introdotti soprattutto nel Novecento. Da notare che le famiglie protagoniste dei moti sono le stesse che esprimevano gli ufficiali pubblici, ecclesiastiche e che manderanno dei deputati al Parlamento sardo e italiano. Uno degli epicentri della rivolta fu Benetutti, dove risiedeva la famiglia Cocco-Ortu, quella del celebre Francesco Cocco-Ortu che per cinquant’anni sedette in parlamento e poi fu addirittura ministro di Grazia e Giustizia e dell’agricoltura dei Governi Giolitti. Di Bitti, altro luogo segnato dalle rivolte, era invece Giorgio Asproni, uno dei leader della sinistra italiana dell’Ottocento. Il padre di Asproni fu arrestato per fatti legati alle chiudende, così come gli antenati di Cocco-Ortu . A riprova del fatto che le rivolte non erano legate ai poveri e ai subalterni ma, piuttosto, alle élite, che erano ai vertici di queste società da decenni, se non da centinaia di anni”, evidenzia Salice.
L’eredità storica e culturale delle Chiudende
Le chiudende, in definitiva, avviarono l’agricoltura sarda verso la trasformazione capitalistica. “Con l’Editto del 1820 fu sicuramente dato un primo colpo al sistema feudale. Un ulteriore cambiamento si ebbe con l’abolizione del feudalesimo negli anni Trenta e poi con la Carta reale del 1839, che diede campo alla trasformazione degli assetti della proprietà in senso contemporaneo”, conclude il professore dell’Università di Cagliari.

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