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Battaglia di Sanluri (1409): come e perché vinsero gli Aragonesi
Uno dei grandi dibattiti tra gli appassionati di storia è se una singola battaglia, da sola, sia talmente decisiva da cambiare per sempre il corso degli eventi. Oppure se, in realtà, le cose fossero comunque destinate ad andare in un certo modo, con o senza le specifiche scelte del comandante vincitore. O, ancora, se – nonostante l’esito finale – il corso degli eventi storici non sia effettivamente cambiato più di tanto. È un discorso che si ripropone periodicamente per tutte le grandi battaglie (Waterloo, Stalingrado, ecc.) e che abbiamo cercato di affrontare con quello che è forse il più celebre scontro militare della storia sarda: domenica 30 giugno 1409, la battaglia di Sanluri, in sardo “Sa Batalla”, ovvero lo scontro tra le forze aragonesi e quelle giudicali. Una battaglia che è sempre stata vista come decisiva, dal momento che nel giro di pochi anni gli Aragonesi completarono la conquista dell’intera isola, mettendo fine al periodo giudicale e inaugurando un dominio destinato a perdurare per secoli. Cronache Sarde ha affrontato il tema con Andrea Santangelo, uno dei maggiori storici militari italiani, che ha scritto molti libri tra i quali: Le vie delle guerre; Eccentrici in guerra; Cesare Borgia. Le campagne militari del cardinale che divenne Principe; L’Italia va alla guerra; La battaglia di El Alamein.
Quali erano le forze in campo il 30 giugno 1409, giorno della battaglia di Sanluri?
Gli storici che si sono dedicati a questa battaglia hanno fatto un ottimo lavoro, soprattutto a livello di raccolta di fonti. Anche se, purtroppo, nessuno è arrivato a delineare un quadro certo sulla reale consistenza numerica degli schieramenti in campo. Chiaramente le fonti da parte aragonese avevano tutto l’interesse ad accrescere il numero degli uomini dell’esercito giudicale, nella logica del “eravamo pochi e loro tanti, ma li abbiamo comunque sconfitti”. Quindi, nonostante alcune fonti addirittura sostengano che l’esercito giudicale fosse composto da 30.000 uomini, questo numero mi sembra davvero un’esagerazione. Dal mio punto di vista, la cifra esatta, per un esercito dell’epoca – anzi, per un grosso esercito dell’epoca – potrebbe aggirarsi intorno ai 10.000 uomini, che per l’epoca richiedevano uno sforzo militare notevole. Gli Aragonesi saranno stati in numero lievemente inferiore ma, in linea di massima, chi decide di scendere in battaglia lo fa sempre sapendo, quantomeno, di avere forze almeno pari ai ¾ o ai 4/5 dell’esercito nemico. Difficilmente, quando si può contare soltanto su un terzo degli uomini dell’esercito nemico, o anche la metà, si accetta di dare battaglia. A meno che dall’altra parte non ci siano solamente dei contadini armati di roncola: in quel caso possono bastare anche relativamente pochi gendarmi a cavallo.

C’è qualche caratteristica della Battaglia di Sanluri che, secondo la sua analisi di storico militare, è peculiare?
Indubbiamente dal punto di vista sociale e culturale, ma anche da quello militare e politico, la Sardegna è sempre stata qualcosa di leggermente diverso rispetto all’Italia, come dimostra la stessa formula dei giudicati. Ad esempio, anche nel caso della battaglia di Sanluri le fonti riportano la presenza della virga sardesca, un’arma particolare che esisteva solo in Sardegna, a testimonianza dell’esistenza di un modo tipicamente sardo di condurre la guerra.
L’aspetto che mi ha colpito maggiormente è che questa modalità era integrata all’interno di un modo di fare la guerra innovativo, dal momento che l’esercito giudicale era supportato da contingenti di balestrieri genovesi. All’epoca era quanto di più avanzato ci fosse: tra il XIV° e il XV° secolo ogni esercito moderno doveva avere a disposizione dei balestrieri genovesi; basti pensare che all’epoca li troviamo al servizio persino del re d’Inghilterra. D’altra parte, a ben pensarci, i giudicati avevano da secoli rapporti estremamente forti con la Repubblica di Genova; dunque, è anche abbastanza naturale che i balestrieri genovesi fossero presenti a Sanluri.
Che cos’era invece il Regno d’Aragona dal punto di vista militare?
Parliamo del grande fenomeno politico-militare del momento. In questa fase gli Aragonesi stavano infatti progressivamente conquistando il Mediterraneo occidentale: nel 1409 ancora non erano arrivati al Regno di Napoli (si dovrà aspettare il 1442), però la Sicilia, le Baleari e altre regioni erano già in mano loro. Sessant’anni dopo (1469) si arriverà poi all’unione dinastica tra le corone di Castiglia e di Aragona, che porrà le basi per il predominio spagnolo dei secoli successivi sull’Europa.
Il segreto del successo del Regno d’Aragona risiede fondamentalmente nella marina, perché potevano contare su marinai e su una flotta da guerra alla quale nessuno riusciva a opporsi, neanche la pirateria dei regni berberi. Una marina così forte permetteva di effettuare operazioni anfibie anche a diverse centinaia di chilometri di distanza dalla Spagna, consentendo, tra l’altro, di avere un continuo interscambio con la madrepatria, che assicurava la disponibilità di rifornimenti militari e materiali. Non a caso anche l’esercito che combatté nel 1409 a Sanluri era arrivato pochi mesi prima dalla Sicilia aragonese.
Sul campo, inoltre, gli Aragonesi avevano un modo di fare la guerra legato alle lezioni apprese durante la Reconquista. Per sconfiggere gli arabi in secoli di durissime guerre, avevano infatti dovuto studiarne tattiche e strategie. Da parte araba erano infatti arrivate tutta una serie di innovazioni che hanno cambiato il modo di fare la guerra a partire dal IX°-X° secolo d.C. La più importante di queste innovazioni è ovviamente la cavalleria leggera, caratterizzata da cavalli velocissimi e cavalieri senza vere e proprie armature a protezione, ma dotati soltanto di armi offensive. Si trattava, insomma, di un modo di fare la guerra molto coraggioso ed estremamente diverso da quello classico della cavalleria pesante e corazzata tipica del Medioevo continentale. Ma in alcuni luoghi, in particolare nel Sud del Mediterraneo, la cavalleria pesante non poteva essere l’arma tattica per eccellenza, a causa dei particolari contesti climatici e ambientali.
Tattiche e innovazioni militari utilizzate nella battaglia di Sanluri
Quindi la cavalleria leggera giocò un ruolo importante nella battaglia di Sanluri?
Le fonti raccontano che per arrivare a combattere sino a Sanluri l’esercito di Martino il Giovane seguì dei percorsi ben precisi, legati alla disponibilità di acqua. Possiamo immaginare, infatti, che nel Campidano a fine giugno il clima fosse particolarmente caldo. Quindi la colonna aragonese non avrebbe avuto la possibilità di muoversi se non restando a pochissima distanza dalle fonti d’acqua, per rifornire animali e uomini. Come possiamo immaginare, in questi frangenti una cavalleria pesante rischia di soffrire moltissimo le condizioni climatiche. Avanzare sotto un sole cocente, bardati con un’armatura pesante, può rivelarsi insostenibile. Un episodio del genere successe in Medio Oriente nella battaglia di Hattin del 1187, in cui le forze crociate furono sostanzialmente già distrutte dal caldo ancora prima di affrontare le armate di Saladino. Un rischio analogo poteva verificarsi anche a Sanluri nel 1409. Quindi, molto probabilmente, gli Aragonesi – che pure dovevano avere un migliaio di cavalieri pesanti – in quei giorni scelsero deliberatamente di non indossare tutte le parti della loro armatura e, magari, combatterono persino appiedati, evitando così anche ai propri cavalli di morire per un colpo di calore.
Possibile che nella scelta di dare battaglia entrassero in gioco anche altri fattori, come il senso dell’onore cavalleresco?
Mi viene da pensare che si tratti più di un’elaborazione successiva. Ovvero noi tendiamo a dare un giudizio dei secoli medievali un po’ troppo legato a una certa visione negativa consolidatasi nel tempo. Ma il Medioevo non fu certo quell’epoca di oscurantismo che possiamo immaginare. Il senso dell’onore cavalleresco, anche se sicuramente ha un fondo di verità, è qualcosa che riguarda più la letteratura dei secoli successivi. Sono comunque convinto che per ogni soldato in armi, più che il senso dell’onore personale, nel momento della battaglia prevalga sempre la percezione di ciò che possa essere meglio per la propria comunità e per il proprio regno.

I punti di forza degli Aragonesi
In che modo i re aragonesi riuscivano a mobilitare le proprie truppe in una spedizione come quella del 1409?
Sicuramente, al contrario dell’Italia, della Francia o della Germania, il Regno d’Aragona non era suddiviso in tanti piccoli potentati e castelli tipici dell’era feudale. Si tratta di un’eredità dell’epoca araba, a sua volta caratterizzata da un forte governo centrale, che non aveva necessità di costruire molteplici castelli per controllare il territorio. In seguito alla Reconquista, gli Aragonesi ereditarono questa situazione: il risultato è che non ebbero a che fare con una nobiltà riottosa come quella tedesca, in cui ogni volta che l’imperatore voleva allestire una spedizione militare doveva implorare i suoi baroni perché lo seguissero e, comunque, alla fine c’era sempre qualcuno che si rifiutava. Tra gli Aragonesi non si riscontrano questi episodi; anzi, la loro nobiltà guerriera era proiettabile al di là del mare con grande facilità. Sicuramente per i nobili, vista la continua espansione del regno, c’era la prospettiva concreta di ottenere bottino, terreni e incarichi. Questo fattore li spingeva a partecipare a spedizioni come quella condotta da Martino il Giovane.
Quali sono state le cause militari che hanno portato alla sconfitta dell’esercito giudicale nella battaglia di Sanluri?
Sicuramente la preparazione militare dei due eserciti era completamente differente. E non intendo dal punto di vista dell’addestramento, cioè nell’utilizzo delle armi a disposizione, quanto dell’esperienza. L’esercito del giudicato, nel 1409, non è un’armata che ha alle sue spalle grandi esperienze di guerra. È vero che ormai da un secolo Arborea aveva dei contrasti con gli Aragonesi, ma i combattimenti più grandi e importanti tra i due schieramenti erano avvenuti decenni prima; dunque, i soldati arborensi che avevano combattuto erano probabilmente passati a miglior vita. Successivamente in Sardegna c’era stata una fase di pace e di coesistenza tra queste due entità statali, ma in altri contesti gli Aragonesi – sempre in espansione – avevano continuato a maturare esperienza di guerra. E questo fattore conta moltissimo in battaglia: il singolo armigero può anche essere bravissimo nel combattimento, ma l’esperienza acquisita dai comandanti sul campo pesa maggiormente.
A Sanluri, con le dovute proporzioni, è successo qualcosa di simile alle celebri battaglie di Alessandro Magno contro i Persiani a Isso e a Gaugamela, in cui l’esercito più esperto (ovvero i Macedoni, che avevano appena conquistato la Grecia) con una singola azione, cioè la carica della cavalleria, riesce a cambiare l’intera storia della battaglia.
La stessa disposizione strategica della battaglia di Sanluri sfata diversi luoghi comuni: per secoli si è pensato che nel Medioevo non potessero esistere schiere ordinate e che i combattimenti dell’epoca fossero simili a grandi zuffe in cui vinceva chi restava in piedi. Questo non è assolutamente vero: conosciamo esattamente come si ordinarono gli eserciti nella battaglia di Sanluri. Sappiamo che gli Aragonesi misero la cavalleria sulla destra, la fanteria sulla sinistra e gli arcieri e i pavesai al centro. Dopodiché, come hanno scritto quasi tutti i grandi studiosi militari del Medioevo, il vero massacro inizia non nel momento in cui comincia la battaglia, ma quando uno dei due eserciti si disunisce e si dà alla fuga. Nel momento della rotta disordinata dell’esercito giudicale ebbe inizio senz’altro la mattanza testimoniata dai toponimi che ancora oggi caratterizzano i dintorni di Sanluri.

I “what if” della battaglia di Sanluri: scenari alternativi
Dopo la battaglia, il castello fu conquistato e Sanluri fu saccheggiata. Era inevitabile?
Nel Medioevo era assolutamente una consuetudine. Se non ci si arrendeva, il vincitore riteneva legittimo passare a fil di spada tutti i difensori e anche i comuni abitanti. Qualsiasi altro grande assedio vinto finisce in questo modo, come il sacco di Roma del 1527, con i Lanzichenecchi padroni della città per un mese intero. D’altronde, la guerra, come accennavamo in precedenza, era soprattutto fatta di assedi. Se una città avesse deciso di resistere, avrebbe avuto buone possibilità di cavarsela: almeno il 60-70% degli assedi veniva tolto, perché si protraeva troppo a lungo, oppure perché interveniva un esercito alleato o, ancora, perché negli accampamenti degli assedianti scoppiavano malattie dovute alle condizioni igieniche. Ma se gli assediatori fossero riusciti a entrare in città, tutti sapevano cosa sarebbe poi successo. Anche se è un aspetto che a noi contemporanei fa orrore, un abitante di Sanluri dell’epoca era pienamente consapevole delle conseguenze di una sconfitta.
Ma per i giudicali fu una grande scelta dare battaglia campale? Non sarebbe stato forse meglio trincerarsi all’interno del castello di Sanluri?
In effetti, vista a posteriori, può apparire come una scelta rischiosa quella di dare battaglia contro un esercito che, in quel momento, era probabilmente il più avanzato al mondo. Forse allora hanno davvero ragione le fonti che descrivono come molto numeroso l’esercito giudicale: magari Guglielmo III di Narbona confidava proprio nella forza dei numeri. D’altro canto, gli Aragonesi erano partiti con uno scopo ben preciso e, con ogni probabilità, si erano portati appresso anche il materiale necessario per gli assedi. Perché, parliamoci chiaro, in questo periodo le battaglie campali erano relativamente rare. È quindi possibile che gli stessi Aragonesi siano rimasti sorpresi nel trovarsi di fronte un esercito schierato in campo aperto pronto a combattere. Come mai non ci fu l’assedio in questo caso? Le fonti riportano che, nelle settimane precedenti alla battaglia, il castello di Sanluri fosse stato sottoposto a lavori di ristrutturazione. Questo lascia pensare che la fortezza non fosse in condizioni ideali per sostenere un assedio prolungato. Inoltre, resta il dubbio sulla disponibilità di riserve d’acqua sufficienti. Quindi, anche se a posteriori può sembrare una scelta sbagliata, sul momento è possibile che i giudicali abbiano ritenuto più opportuno sfruttare i propri numeri e la conoscenza del territorio affrontando il nemico in campo aperto.
Cosa avrebbe allora potuto fare Guglielmo III di Narbona per evitare la sconfitta?
Premesso che si tratta di valutazioni fatte a posteriori, a secoli di distanza, in linea teorica i comandanti giudicali avrebbero potuto fare meglio. Anche se il castello di Sanluri era in cattive condizioni, una strategia basata sul mantenere parte delle truppe all’interno della fortezza e, allo stesso tempo, predisporre un esercito di supporto in un’altra zona pronto a intervenire avrebbe potuto rivelarsi più efficace contro un avversario qualitativamente superiore. Detto questo, è possibile che, data la disparità tra le forze, la vittoria aragonese fosse comunque difficilmente evitabile.
Le conseguenze de Sa Batalla
Veniamo alla domanda più importante di questa intervista: la battaglia di Sanluri è stata veramente decisiva?
Se allarghiamo lo sguardo, molte battaglie considerate decisive non lo sono state davvero. Nel Medioevo, in particolare, gli scontri realmente risolutivi sono relativamente pochi. Ad esempio, Agnadello (1509), che sembrò decretare la fine del dominio veneziano sulla terraferma, non ebbe effetti duraturi: quindici anni dopo la Serenissima aveva già recuperato gran parte dei territori perduti. Forse si può citare Legnano (1176), che segnò una grave sconfitta per Federico Barbarossa, anche se i Comuni, nel lungo periodo, si trasformarono in signorie. Sicuramente decisiva fu invece Hastings (1066), con la quale i Normanni si assicurarono la conquista dell’Inghilterra. Sanluri non fu invece così decisiva: nell’immediato probabilmente lo è sembrata, dal momento che l’esercito giudicale era stato distrutto. Tuttavia, il Giudicato di Arborea scomparve solo nel 1420, quindi il conflitto proseguì ancora per anni. Si trattò piuttosto di una battaglia che diede un’indicazione chiara su quello che sarebbe poi accaduto nel medio termine: la fine del giudicato di Arborea e l’inizio della secolare dominazione aragonese sull’intera Sardegna.
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