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Come la Sardegna divenne cristiana: origini, martiri e Chiesa tra Tardo Antico e Alto medioevo

Oggi è difficile scindere la storia della Sardegna da quella del cristianesimo: dalle innumerevoli chiese e basiliche che caratterizzano città e paesi, alle processioni e reliquie conservate con devozione a livello locale, senza dimenticare le migliaia di quartieri, strade, località, sagre e feste dedicate a Santi e martiri. Eppure, naturalmente, c’è stato un tempo in cui la Sardegna non era cristiana. Soltanto a partire da un certo punto in poi, infatti, la religione arrivata da Oriente ha cominciato ad attecchire nell’Isola, diventando poi già alla fine dell’epoca Tardo Antica il culto ufficiale e dominante. Ma cosa sappiamo dei primi secoli del cristianesimo in Sardegna? In realtà, non tantissimo, a causa della penuria di fonti scritte e archeologiche. Cronache sarde ha però provato a ricostruire un quadro dei primi secoli del cristianesimo sardo con Marco Muresu, Ricercatore in Archeologia Cristiana, Tardoantica e Medievale dell’Università degli Studi di Cagliari. In questo primo articolo ricostruiremo le vicende della Chiesa sarda sino all’epoca vandala, mentre nel prossimo ci concentreremo sulle vicende che caratterizzarono l’epoca bizantina.

Le origini del cristianesimo in Sardegna: cosa sappiamo dei primi secoli

Cosa sappiamo dunque delle comunità cristiane sarde prima dell’Editto di Milano del 313 DC, con cui l’Impero Romano concesse ufficialmente la libertà di culto ai fedeli? “Relativamente alla Sardegna non abbiamo quasi nessuna informazione almeno per i primi 200 anni dalla morte di Cristo, perché non ci sono testimonianze. Sappiamo che alcune figure chiave della religiosità cristiana (diaconi, futuri papi) furono confinate e mandate ai lavori forzati in Sardegna dalle autorità romane: un esempio è Callisto (che sarà papa dal 217 d.C. fino alla morte nel 222), deportato ad metalla nel 190 d.C. e poi liberato su intercessione di Marcia, concubina dell’imperatore Commodo (180-192 d.C.). Altri casi noti sono quelli del teologo Ippolito (170-235 d.C.) e del papa Ponziano (230-235 d.C.), esiliati in Sardegna dal Massimino Trace (235-238 d.C.) ed entrambi morti nell’isola. Queste informazioni sono preziosissime, ma purtroppo non sono sufficienti per essere considerate la prova di una evangelizzazione dell’isola. Non è infatti detto che questo tipo di invio abbia coinciso con una loro azione evangelizzatrice per la cristianizzazione dell’isola. Verosimilmente in questa fase, facendo dei parallelismi con altre realtà del mondo del mediterraneo occidentale e orientale, dobbiamo pensare a un cristianesimo squisitamente casalingo. Quindi delle piccole comunità, che si riunivano in abitazioni private e che probabilmente praticavano un cristianesimo già caratterizzato da liturgie e/o formule ricorrenti. Per capire meglio possiamo riferirci, in linea generale, al celebre esempio del cosiddetto “battistero” risalente alla metà del III secolo d.C. e ritrovato all’interno di una casa scoperta presso l’antica città carovaniera di Dura Europos, in Siria, lungo il fiume Eufrate. Questo ritrovamento, importantissimo, è uno dei primi esempi di “domus ecclesiae” (trad. Casa dell’assemblea), ovvero case private che erano destinate ad accogliere le comunità cristiane che, prima dell’invenzione della chiesa come edificio, utilizzavano le stanze per riunirsi e celebrare i propri riti: uno degli ambienti è stato appunto definito “battistero” perché al suo interno è stata ritrovata una vasca decorata e le sue pareti erano decorate con motivi dell’Antico (Adamo ed Eva) e del Nuovo Testamento (il Buon Pastore, il miracolo del Paralitico). Siamo a quasi un secolo di anticipo rispetto alla fase di Costantino, ma possiamo comunque dire che già da allora i cristiani seguissero dei riti e dei passaggi liturgici.

Marco Muresu


Cristianesimo “domestico” e prime comunità prima di Costantino

Alcune tracce della diffusione del cristianesimo in questa fase arrivano anche dall’archeologia: in particolare, è arrivato sino ai giorni nostri un sarcofago dei primi del terzo secolo, rinvenuto ad Olbia e custodito al Museo archeologico di Cagliari, che mostra alcune scene di ambito veterotestamentario, che possono però ricondotte al repertorio paleocristiano. Poco risalto nel contesto isolano sembrano avere avuto le catacombe, che però non erano comunque quel luogo di rifugio e di preghiera in clandestinità per i cristiani tratteggiato dai film del secolo scorso. “Il genere peplum ci ha regalato capolavori del cinema, performances mozzafiato – ricordiamo Peter Ustinov come Nerone nel Quo Vadis? (1951) – e anche curiosità come il “paesaggio sonoro” di melodie che oggi siamo abituati a considerare tipiche di quei momenti ma su cui, a conti fatti, non abbiamo dati. Siamo sinceri: a chi non capita, guardando la magnificenza del Colosseo, di immaginare squilli di tromba e melodie trionfanti? Dobbiamo questa sensazione anche a compositori come Ottorino Respighi (1878-1936) che con poemi sinfonici come la Trilogia Romana (1916-1926) hanno letteralmente plasmato la nostra percezione di quel mondo. Si tratta, tuttavia, come è stato detto, di suggestioni: interessanti, certo, ma dobbiamo comunque essere prudenti. Nel caso delle Catacombe, è infatti necessario “ripulirle” dal quel velo di mistero che le contraddistingue. La catacomba di per sé è un cimitero. Si tratta di aree funerarie sotterranee la cui realizzazione non è sempre dovuta a un intervento globalmente concepito. Alcune catacombe, come quella di Priscilla o quella di Domitilla a Roma, nascono da nuclei singoli per poi svilupparsi progressivamente; altre, come quella di Callisto, sono invece realizzate su un progetto ben preciso con impianto regolare e ortogonale. In entrambi i casi, si tratta di aree ben note all’amministrazione e sottoposte alla legge. Dunque, tanto fascino, ma nulla di segreto! Per quanto riguarda la loro custodia e protezione, oggi le catacombe sono soggette all’autorità della Pontificia commissione di archeologia sacra. In Sardegna, l’unico cimitero ipogeo cristiano considerato come catacomba è quello di Sant’Antioco, che per l’appunto custodisce al suo interno la memoria del martire Antioco. Quest’ultima, comunque, non è altro che il riutilizzo in fase cristiana, di un cimitero sotterraneo di età punica: i cristiani hanno riutilizzato preesistenti ipogei artificiali, collegandoli fra loro per creare un cimitero comunitario, secondo la loro prassi. Tutto questo è avvenuto nel corso del IV secolo d.C. e un evidente “attrattore” deve essere stata la presenza (vera o presunta, ma poco importa) della tomba di Antioco”.

Immagine presa dal sito della Basilica di Sant'Antioco Martire

Il IV secolo e la nascita della Chiesa istituzionale: vescovi e concili

I primi decenni del quarto secolo sono infatti cruciali per l’evoluzione della religione cristiana che, sotto l’imperatore Costantino, si istituzionalizza e acquista una dimensione pubblica. “Con l’imperatore Costantino si sviluppa, a livello globale, la Chiesa. Naturalmente, esisteva già: abbiamo parlato di papi e potremmo parlare di vescovi, di comunità, di luoghi, di simboli. Pensiamo anche solo alle Lettere di San Paolo, che pochi decenni dopo la morte di Cristo già interagisce con comunità ben strutturate. Centinaia di anni dopo, pensiamo dunque che aspetto potesse avere la cristianità nel Mediterraneo! Ad ogni modo, i primi decenni del quarto secolo sono senza dubbio cruciali e coincidono con il “salto di qualità”. Forse non è un caso che sia proprio a questo periodo che risale la prima attestazione di un vescovo della Sardegna in assoluto: si tratta di Quintasio di Carales, partecipante al concilio di Arelate (odierna Arles, in Francia) nel 314 d.C. Questa è, a conti fatti, la prima effettiva attestazione affidabile di una cristianità “organizzata” dell’isola”.

Al IV secolo rimanda anche un altro personaggio “chiave” come il vescovo Lucifero, le cui vicende sono degne di un romanzo. “Nel 354 d.C. fu eletto alla sede episcopale di Carales e inviato insieme al vescovo Eusebio di Vercelli (ma nato in Sardegna, ci rivelano le fonti) in udienza presso l’imperatore Costanzo II con l’incarico di protestare per conto del papa, Liberio (352-366 d.C.). Ora, perché mai un papa dovrebbe mandare due vescovi dall’imperatore per protestare? Su cosa? Siamo in un periodo di profonde lotte dottrinali. Il Cristianesimo, infatti, non è “monolitico”: è animato da dibattiti filosofici condotti da sapienti, filosofi, teologi, grandissimi intellettuali che ragionano sulle caratteristiche della fede e delle sue figure principali, in primis Gesù. Si discute, si parla, ci si confronta; a volte, si litiga. Nel 321 d.C. un presbitero e teologo proveniente dall’Egitto, di nome Ario, teorizza una differenza nella natura del Cristo: non sarebbe stata umana e divina insieme, bensì solo umana, in quanto creato da Dio Padre. Scoppia il finimondo: molti vescovi, soprattutto in Oriente, aderiscono alle posizioni di Ario ( “Arianesimo”) ma altri religiosi, tra cui il papa, si oppongono. L’imperatore Costantino – sempre lui, visto? – aveva già provato a dichiarare l’arianesimo eretico con il concilio di Nicea del 325 d.C., ma l’eresia era comunque “sopravvissuta” e trent’anni dopo la questione era ritornata. L’imperatore Costanzo II (337-361), figlio di Costantino e suo successore, a differenza del padre era fedele all’arianesimo, e aveva iniziato una politica persecutoria ai danni dei non ariani (definiti “ortodossi” per la loro adesione alla linea originale, priva della divergenza causata dall’arianesimo; oggi noi occidentali chiamiamo ortodossa la chiesa orientale, ma solo perché siamo scismatici dal 1054… dettagli)”.


Il culto dei martiri e l’identità cristiana dell’isola

Fondamentale per il radicamento della religiosità cristiana è anche il culto dei martiri, che perdura sino ad oggi con notevole intensità nella Chiesa sarda. Come evidenzia Muresu, “Dobbiamo distinguere tra martiri non nati in Sardegna ma comunque venerati a livello locale e invece martiri sardi veri e propri. Tra questi ultimi abbiamo: Saturnino a Cagliari, Lussorio a Forum Traiani, Gavino, Proto e Gianuario a Porto Torres, Simplicio a Olbia. Tra i martiri “importati” abbiamo Antioco (originario della Mauretania) e poi Efisio, martirizzato in Sardegna ma originario di Aelia Capitolina, Gerusalemme. C’è però da sottolineare che probabilmente non tutti questi martiri ricevevano lo stesso livello di attenzione in età tardo antica. Il martirologio Geronimiano – così nominato per il fatto che una tradizione lo attribuisce a San Girolamo – ovvero il più antico catalogo “universale” di martiri cristiani pervenuto, risalente al V secolo, fa riferimento a Gavino, Lussorio e Simplicio. Non c’è invece traccia di Saturnino, Efisio e Antioco. Eppure, la devozione per queste figure è comprovata, come dimostrano i dati archeologici”. Ma quanto ci può essere di storicamente reale nelle biografie dei santi? “Si tratta di testi dalla difficile lettura complessiva e che possiamo suddividere in due tipologie principali: gli atti dei processi – che, in quanto tali, sono i resoconti delle vicende giuridiche che portano all’esecuzione dei martiri – e le successive biografie romanzate, le passiones (il termine richiama evidentemente la Passione di Cristo). Alla prima tipologia fa riferimento una miriade di scritti di diverso tipo, dagli interrogatori alle deposizioni dei testimoni oculari, mentre la seconda risponde più a dinamiche del racconto fantastico; quindi, abbondano dettagli il cui compito non è tanto dare una veridicità storica, quanto di creare ammirazione, stupore, carisma. Un po’ come quando vediamo un film ispirato a una vicenda reale ma, per evidenti motivi di scenografia, arricchita di dettagli “drammatici”. A tutto questo dobbiamo anche aggiungere le fonti orali, i racconti che venivano tramandati e che, a un certo punto (chissà quale! Dovremmo chiederlo a loro..) venivano messi per iscritto. Va da sé che le biografie dei santi, come genere letterario, si reggono su un equilibrio precario dovuto a tante fonti diverse, tanti dati, tanti livelli di narrazione; ma, attenzione: gli autori antichi questo lo sapevano bene. Infatti, “l’ingrediente segreto” era riuscire a far collimare il misterico con il reale. Se anche la vita e la morte del protagonista (o della; mica erano tutti uomini!) erano interessati da episodi miracolosi, fantastici, caricati, le passiones erano ricche di dettagli affidabili da un punto di vista topografico, al fine di creare una cornice verosimile in grado di dare “storicità” alle vicende dei personaggi. Un effetto collaterale di questa tendenza è la presenza di informazioni storiche contestualizzate rispetto all’epoca in cui è stata scritta o modificata la passio rispetto a quella in cui era vissuto realmente il santo. In altre parole, chi scriveva o interveniva sul testo aggiungeva o sottraeva dettagli in modo che la narrazione fosse, di volta in volta, coerente rispetto al vissuto dei propri lettori”.

Gli effetti inattesi della Dominazione vandala: il rafforzamento della chiesa sarda

Si è fatto in precedenza in riferimento dell’Arianesimo che, per la Sardegna, ha soprattutto a che fare con la dominazione vandala, iniziata nel quinto secolo e che perdurò per circa cento anni. I Vandali portarono in effetti con sé l’arianesimo ma, secondo Muresu, le questioni sulla loro religiosità e sugli effetti nell’isola sono ancora molto difficili da decifrare. “I Vandali divennero cristiani ariani per effetto della prima evangelizzazione ai popoli germanici, operata nel IV secolo da parte di un vescovo (goto) di nome Ulfila. Costui, missionario presso i Goti nel IV secolo, aveva tradotto la Bibbia nella sua (e loro) lingua, dando avvio a un fenomeno “a cascata” che, dai Goti, aveva interessato pressoché tutte le popolazioni germaniche. C’è un dettaglio, però: Ulfila era un seguace dell’Arianesimo e questo aveva portato a conversioni sì al Cristianesimo, ma nella sua accezione ariana. Inoltre, come spesso accade quando si scopre qualcosa di nuovo, i popoli divenuti Cristiani avevano sviluppato una fede molto forte, identitaria. Detto questo, occorre considerare anche altri aspetti. I Vandali arrivano in Nordafrica nei primi decenni del quinto secolo e nel 429 conquistarono Ippona, sede diocesana di Sant’Agostino (che morì durante l’assedio vandalo alla città). Nel 439 presero Cartagine e da lì cominciò la loro epopea. In questa fase erano già convertiti e, nel momento in cui prendono il potere, una delle loro iniziative – decisa dai re vandali Genserico e Unnerico – fu quella di cacciare dall’Africa un cospicuo numero di vescovi ortodossi (ricordiamo, i non ariani) dalle loro diocesi, sequestrando le proprietà. Questa mossa è stata vista quasi esclusivamente da un punto di vista religioso, ma in realtà occorre considerare che le diocesi “sequestrate” erano anche quelle più ricche; non solo, i sequestri non furono perpetrati solo ai danni dei religiosi, ma coinvolsero anche laici, spesso grandi proprietari terrieri e/o membri di famiglie senatorie. Occorre poi tenere presente che altre personalità, sia religiose che non, furono “lasciate in pace” e anzi, ci sono le prove documentarie che alcuni romani proseguirono le loro attività (soprattutto commerciali) anche con l’avvento dei nuovi dominatori. Quindi, come spesso accade, ci sono tante sfumature da tenere presenti. È ormai riconosciuto, dagli studiosi, che le ricchezze sottratte alle diocesi non ariane furono dapprima incamerate nel patrimonio della corona vandala e, in seguito, attribuite alle famiglie cadette della nobiltà guerriera, il cui appoggio al re era fondamentale.Possiamo dunque individuare altre motivazioni oltre a quella religiosa, naturalmente senza che una prevalga sull’altra, ma con la consapevolezza che le ragioni dietro scelte così “pesanti” non fossero limitate solo alla fede”.

Per quanto riguarda la Sardegna, la sua posizione è quanto mai curiosa. Era una delle terre del regno e lo sappiamo sia dal dato materiale – i commerci con l’Africa non furono mai così floridi come in quegli anni – che dalle fonti testuali (è noto, intorno al 530 d.C., Goda, il cui compito era governare l’isola per conto dell’allora sovrano vandalo Gelimero); tuttavia, almeno allo stato attuale delle conoscenze, non soltanto non sembra abbia visto la presenza di religiosi fedeli all’arianesimo, ma addirittura ospitò i profughi ortodossi cacciati dall’Africa. “Questo “esodo” ha prodotto riflessi importanti sulla religiosità dell’isola, come testimonia la diffusione dei culti di santi africani, tra cui San Sperate, Giulia, Giusta, Restituta, Vito e altri”. Negli stessi anni abbiamo, in Sardegna, una vera e propria esplosione di testimonianze materiali che riguardano i santuari più importanti, legati ai martiri venerati. Anche questo è un dato significativo. Ad esempio, risale agli anni 517-519 d.C. la prima menzione della Basilica di San Saturnino, nota in occasione della presenza di Fulgenzio di Ruspe – vescovo ortodosso africano esiliato in Sardegna – a Cagliari. Fulgenzio, che è un monaco e ha dei seguaci che vogliono seguire il suo esempio, chiede al vescovo di Cagliari Brumasio un luogo dove costruire un monastero “vicino alla Basilica del santo martire Saturnino”. Il sottotesto di questo episodio vede il capo di una diocesi, dotata di mezzi economici e di proprietà, agire di fronte alla richiesta di un religioso che chiede un “terreno edificabile”. Mi pare un quadro globalmente diverso dall’idea di una religiosità ortodossa alla macchia per via delle persecuzioni dei Vandali, no? Quindi è una situazione molto più complessa e non necessariamente da inquadrare in senso categorico, o bianco o nero. Come se non bastasse, è nello stesso periodo o in generale a partire dal pieno V secolo che i dati archeologici permettono di documentare importanti fasi di monumentalizzazione sia in ambito urbano – ricordiamo la basilica cristiana di Nora, edificata in quegli anni e con un intervento edilizio importante – che suburbano, come nei casi di San Lussorio a Forum Traiani e di San Gavino a Turris Libisonis. Tutti questi aspetti suggeriscono un rafforzamento dell’identità cristiana ortodossa della Sardegna”, evidenzia Muresu.

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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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