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Demografia della Sardegna: com’è cambiata la popolazione dall’età nuragica a oggi
La Sardegna è vista nell’immaginario collettivo come una terra scarsamente popolata e, in effetti, la densità della popolazione residente è tra le più basse in Italia (64 abitanti per km2 contro i 190 della media italiana). Spesso si presuppone che questa caratteristica risalga alla notte dei tempi, ovvero che l’Isola abbia avuto sempre pochi abitanti. Ma le cose stanno davvero così? Attingendo soprattutto al libro “Il popolamento della Sardegna e l’origine dei sardi” di Emanuele Sanna e ad alcune considerazioni personali, proviamo a fare il punto sulla demografia della Sardegna nel corso della sua lunga storia.
Quanti abitanti aveva la Sardegna nell’età nuragica e cartaginese
Ovviamente, a parte gli ultimi secoli, occorre considerare che parliamo di stime, elaborate sulla base di dati come dimensioni e numero degli insediamenti, evidenze delle necropoli e testimonianze archeologiche. Sulla base di questi dati, la popolazione nel periodo nuragico-cartaginese sarebbe stata compresa tra i 170.000 e i 200.000 individui, anche se altre stime sono più alte. Un numero, comunque, non marginale, se si pensa che la stima per l’intera Italia nel VI secolo era di circa 3 milioni di abitanti. L’era cartaginese rappresentò in ogni caso un periodo di cambiamenti importanti, che incisero anche sulla composizione demografica dell’Isola. I punici, per incrementare la coltivazione del grano, procedettero al disboscamento delle aree pianeggianti dell’Isola. La coltivazione dei campi sarebbe avvenuta soprattutto per opera di schiavi provenienti dalla Libia, mentre molto pochi sarebbero stati i sardi impiegati in agricoltura, perché poco resistenti alla malaria; inoltre, molti di loro si sarebbero dati rifugiati nelle zone interne, mentre altri avrebbero creato una classe di liberi contadini. Nelle città della costa vivevano esclusivamente i cartaginesi, mentre nelle zone minerarie, nei centri del retroterra e nelle zone destinate ai presidi miliari, viveva una popolazione mista, di sardi, punici e libici.
La Sardegna romana, tra crescita demografica e conflitti
La fine del periodo punico è datata al 238 a.C e con questo ebbe inizio il lungo periodo romano, che soprattutto nella fase iniziale (ovvero l’età repubblicana) si caratterizzò per una costante lotta e repressione delle insurrezioni della popolazione autoctona che ebbe probabilmente qualche effetto dal punto di vista demografico (Tiberio Gracco stimò 80.000 persone uccise e fatte prigionieri da Roma a seguito della 174 a.C). In ogni caso sono diversi i pareri sulla consistenza demografica nel periodo romano: nel primo secolo a.C le stime oscillano tra i 300.000 e i 150.000 abitanti, mentre per l’età augustea e la fine della dominazione romana gli esperti sono più concordi e stimano che fosse compresa tra i 300.000 e i 350.000 abitanti. La crescita demografica della Sardegna rispetto all’epoca punica fu insomma abbastanza contenuta, considerato che in epoca imperiale la popolazione italiana arrivò a circa 8-10 milioni di abitanti.

Invasioni barbariche e periodo bizantino: l’inizio del declino
Il successivo periodo delle invasioni barbariche, che per la Sardegna del V secolo fu segnato dall’invasione del popolo germanico dei vandali, è ovviamente difficile da quantificare da un punto di vista demografico. In particolare, gli esperti non si esprimono su quanti fossero i vandali che presero possesso della Sardegna. Facendo riferimento alle altre invasioni barbariche, è probabile che gli “invasori” non fossero particolarmente numerosi (probabilmente nell’ordine delle poche migliaia). Ci sono invece maggiori informazioni sulla deportazione nell’Isola di un gruppo di Mauri originari del Marocco. Questi, sfuggiti alla sorveglianza vandala, con circa 3.000 uomini in armi, dettero filo da torcere ai governanti germanici con periodiche razzie che minacciarono anche Carales. È comunque durante il successivo periodo bizantino (dal VI°secolo in poi) che la popolazione sarda iniziò a declinare da un punto di vista demografico; inoltre, proprio in questa epoca i sardi si ritirarono sempre più verso l’interno, abbandonando le coste e le pianure. Non a caso, in questo periodo ebbero origine le ville, cioè i paesi dell’interno che ancora oggi caratterizzano la Sardegna. Il VIII° secolo fu forse il più difficile per l’isola, per via delle frequentissime incursioni arabe, tanto che un numero notevole di città costiere furono abbandonate. Tra queste Bitia, Neapolis, Nora, Olbia, Sulci, Tharros, Tegula, Turris Lisbonis, ecc. Nel tempo, il perdurare della crisi economica avrebbe inoltre causato un ulteriore movimento migratorio dalle coste verso l’interno, determinando la nascita di un gran numero di centri abitati.
Il periodo giudicale e gli effetti della peste del Trecento
Per i secoli XI-XIII ci sono indizi di un certo sviluppo demografico, che si accompagnò alla discesa di una parte della popolazione dalle alte terre pastorali alle pianure e alle colture cerealicole. Inoltre, questa fase storica fu un momento di crescita dei centri urbani, alimentato sia dall’esodo rurale sia dall’importante immigrazione mercantile. In ogni caso per il periodo giudicale (intorno al 1300) le cifre sulla demografia della Sardegna sono estremamente discordanti e vanno dai 110.000 abitanti sino ai 500.000. La cifra esatta probabilmente doveva probabilmente collocarsi nel mezzo, intorno ai 300/350.000 abitanti, considerato che poco dopo ci fu l’effetto della peste del 1348, che fu particolarmente catastrofico per la demografia isolana. Il crollo della popolazione sarda fu infatti compreso tra il -50 e il -70%, tanto che all’inizio del 400 la popolazione dell’Isola non doveva essere superiore ai 200.000 abitanti, ma forse il numero reale era anche inferiore. L’effetto più visibile di questo calo demografico fu l’abbandono di circa il 51,2% dei villaggi sardi. In particolare, le aree più colpite furono quelle pianeggianti, sia interne che costiere, mentre le aree montuose soffrirono di meno questo fenomeno. Tra l’altro a partire dal XV secolo ripresero le incursioni berberesche sull’Isola, che perdurarono per secoli e incoraggiarono ulteriormente l’abbandono delle zone costiere. Il quadro fu probabilmente aggravato dalla dominazione aragonese-spagnola sull’isola, consolidatasi definitivamente dalla prima metà del Quattrocento, che si accompagnò all’introduzione di un sistema feudale che non favorì certo lo sviluppo della popolazione sarda, come dimostra il caso di Bisarcio.
Gli effetti della dominazione aragonese e spagnola e il periodo sabaudo
In questo quadro tra Cinquecento e Seicento, secondo le stime, i sardi crebbero poco numericamente, con stime che restano comprese in genere tra 250.000 e 300.000 abitanti. Un ulteriore decremento demografico (con una diminuzione di circa il 23%) si ebbe tra 1678 e 1688 a causa di una terribile carestia che colpì l’isola tra 1678 e 1681, tanto che a fine Seicento i residenti dovevano attestarsi tra le 260.000 e le 270.000 unità. Nel Settecento, dopo il breve intermezzo austriaco, sotto i Savoia la popolazione dell’Isola riprese a crescere in maniera consistente, arrivando oltre i 400.000 abitanti intorno agli anni Settanta del secolo. Gli anni finali del secolo furono invece caratterizzati da una nuova diminuzione piuttosto consistente, come effetto collaterale di una grave moria di bestiame, che secondo alcune stime avrebbe persino riportato il conto dell’isola sotto le 400.000 unità. In piena epoca napoleonica, nel 1812, con i Savoia forzatamente trasferitisi con la corte a Cagliari, si ebbe “sa famini de s’annu doxi”, che provocò un flusso di contadini che si riversarono nelle città. In ogni caso, alcuni anni dopo la Restaurazione, nel 1821, la Sardegna appare essersi ripresa da un punto di vista demografico, tanto che si stimano circa 461.000 residenti. Nel 1858 la cifra sarebbe salita ulteriormente, arrivando a sfiorare le 580.000 unità, mentre al censimento del 1861 è attestata a quota 609.000 unità. Nel mezzo ci furono il famoso Editto delle Chiudende e l’abolizione del feudalesimo, che stravolsero i tradizionali assetti della società agropastorale isolana.

Il Novecento e l’attuale crisi demografica della Sardegna
Il resto è storia recente: nel 1901 la popolazione sfiorò gli 800.000 abitanti, mentre nell’ultimo censimento prima della Seconda guerra mondiale (1936) superò il milione di abitanti. “Contrariamente all’immaginario collettivo sardo, «la Sardegna è tra le regioni meridionali quella di minore emigrazione sia verso l’estero che verso altre regioni italiane. Fino agli anni Venti del Novecento in Sardegna ci si muoveva pochissimo, pochissime erano le nuove iscrizioni anagrafiche e pochissime le cancellazioni”, scrive Gianfranco Bottazzi. Neanche la Seconda guerra mondiale e la consistente emigrazione verso l’estero e le regioni del Nord frenarono la crescita: il numero dei residenti superò quota 1600.000 nel 1991. Tanto che in questa fase la Sardegna è cresciuta da un punto di vista demografico più dell’Italia nel suo complesso, più del Mezzogiorno e un po’ meno del Centro-Nord. “Dagli anni Cinquanta, per un quarantennio, la Sardegna è stata una delle regioni italiane a maggiore crescita demografica, molto più del Mezzogiorno, e l’emorragia migratoria, pur importante, non ha limitato in maniera significativa la crescita della popolazione”, scrive sempre Bottazzi. Da qui in poi ha inizio l’attuale fase di decremento, con l’ultimo censimento Istat (2024) che assegna alla regione 1.562.381 abitanti, con una tendenza progressiva all’invecchiamento e un indice di natalità estremamente basso.
Bibliografia:
- Il popolamento della Sardegna e l’origine dei sardi” di Emanuele Sanna
- Le due crisi demografiche della Sardegna, Gianfranco Bottazzi https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/le-due-crisi-demografiche-della-sardegna/
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