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Demografia della Sardegna, lo spopolamento della Sardegna ha origini lontane e non nasce oggi

In uno degli ultimi articoli di Cronache Sarde abbiamo parlato dell’evoluzione demografica della Sardegna dall’era nuragica ai tempi moderni. In questa intervista con Luisa Salaris, Professoressa di Demografia dell’Università degli Studi di Cagliari, torniamo sull’argomento, focalizzandoci maggiormente sull’età moderna e contemporanea, parlando anche della crisi demografica che attualmente interessa l’Isola.


La Sardegna è sempre stata poco popolata: quanto c’è di vero in questo luogo comune?

La Sardegna effettivamente non è mai stata densamente popolata, anche perché trovandosi al centro del Mediterraneo ha da un lato il vantaggio della maggiore facilità degli scambi commerciali, ma d’altro canto la stessa posizione geografica comporta anche una maggiore possibilità di essere minacciata dall’esterno. Se a questo aggiungiamo le condizioni di arretratezza o sfruttamento a cui è stata sottoposta nei secoli la popolazione isolana, è chiaro che non ci sono spesso state le condizioni per una crescita demografica importante. In effetti il nostro tessuto economico ha fatto sì che non ci fosse una situazione di benessere tale da consentire alla popolazione sarda di crescere significativamente. Inoltre, i sardi non hanno mai avuto un comportamento riproduttivo come quello dell’Italia meridionale, quest’ultima caratterizzata da un contesto fatto di famiglie allargate. Il modello familiare dell’Isola è sempre stato quello mononucleare, che ha comportato una gestione più attenta dell’equilibrio tra le risorse disponibili e le scelte riproduttive familiari. La scarsa densità demografica è sempre stata considerata un punto di debolezza della nostra isola, perché già anche nell’Ottocento il governo dei Savoia, ma ancora prima anche gli spagnoli, si ponevano il problema delle zone della Sardegna scarsamente abitate. All’epoca alcuni territori della Sardegna, territori come la Nurra o l’area di Fordongianus erano abitati soltanto occasionalmente e non in pianta stabile, come aree da sfruttare per il pascolo del bestiame e poco più.

L’Editto delle Chiudende e il cambiamento dell’equilibrio demografico

Ha accennato all’Ottocento. Quali erano le caratteristiche demografiche della Sardegna in quest’epoca?
Sicuramente anche due secoli fa la Sardegna era poco popolata, però proprio nell’Ottocento è avvenuto un grande cambiamento che ha poi influito notevolmente sulle dinamiche della popolazione sarda, ovvero l’editto delle chiudende. La gestione dell’ambiente e delle sue risorse condiziona infatti inevitabilmente la demografia di un territorio. Sostanzialmente la Sardegna era abituata da secoli a una gestione di tipo comunitario, consentendo alle persone più povere, ad esempio, di raccogliere ghiande o legna, oppure di avere a disposizione in condivisione un pezzetto di terra anche senza averne la proprietà. Insomma, questo stato di cose garantiva la sopravvivenza anche dei ceti più svantaggiati e l’Editto delle chiudende, con una imposizione calata dall’alto, ha un po’ cambiato le regole del gioco. D’altra parte, la chiusura dei terreni spingeva nettamente la proprietà privata, ovvero una condizione che generalmente motiva maggiormente le persone a prendersi più cura dei terreni, promuovendo così lo sviluppo economico.

Luisa Salaris

Una curiosità, all’epoca esisteva ancora il fenomeno di una Sardegna spopolata lungo le coste e più popolata verso l’interno?
Senz’altro il fenomeno era ancora attuale, dal momento che le coste sono state scoperte da un punto di vista abitativo soltanto con l’avvento del turismo. Dobbiamo pensare che la Sardegna era profondamente segnata da un’economia di tipo pastorale e dalla transumanza. In questo contesto le coste non erano attrattive perché non si poteva coltivare e neppure far pascolare le greggi. Esistevano sicuramente alcuni borghi di pescatori, ma non erano né centrali né veramente funzionali alla visione che i sardi avevano della gestione del territorio. Quindi, in realtà solo il turismo ha aperto all’idea che le coste potessero essere interessanti per viverci. Un ulteriore grande cambiamento è stata la nascita dei porti e dei poli industriali, come Sant’Antioco e Sarroch. Se infatti osserviamo la demografia di alcuni centri costieri (pensiamo ad esempio a Olbia), hanno registrato una crescita rapidissima sulla spinta delle attività turistiche. Nella stessa Costa Smeralda, prima dell’arrivo dell’Aga Khan, sulle coste esistevano soltanto degli stazi, delle basi d’appoggio per i pastori, in aree per il resto completamente deserte e non certo abitate in pianta stabile.

Emigrazione sarda: quando ha origine il grande esodo

Quando invece ha avuto inizio il grande fenomeno dell’emigrazione sarda verso l’estero?
Possiamo dire che questo fenomeno ha inizio nella seconda metà dell’Ottocento, ma i flussi migratori più consistenti sono avvenuti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. In quest’epoca si è creata addirittura una situazione di vuoto demografico per alcuni comuni della Sardegna, con una generazione praticamente scomparsa, che spiega in buona parte la situazione nella quale ci troviamo oggi. Cos’è successo negli anni Sessanta? Il grande cambiamento è che con la meccanizzazione di molte attività, molte persone che prima lavoravano nell’agricoltura, si sono trovate improvvisamente senza lavoro, ad esempio perché la raccolta del grano era stata meccanizzata. C’è da sottolineare, inoltre, che questa emigrazione verso l’estero era stata in qualche modo incoraggiata dalle istituzioni, nonostante già allora ci fosse consapevolezza di un preoccupante spopolamento di alcune aree della Sardegna. La logica era quella di allentare la pressione della disoccupazione e del malcontento sociale, cercando di creare le opportunità perché queste persone potessero trovare lavoro altrove. Spesso c’erano dietro anche degli accordi di tipo economico-commerciale con i Paesi destinatari dell’emigrazione (Belgio, Francia, Germania, ecc), attraverso i quali l’Italia otteneva dei benefici di tipo economico, ad esempio sull’acquisto del carbone e di altre materie prime.


Nel Novecento la Sardegna è stata però anche oggetto di un’emigrazione dall’Italia, come nel caso dell’area di Arborea. Che cosa si può dire a proposito?

Sono originaria di Terralba quindi conosco bene la storia di questo insediamento, che sostanzialmente è stato una vera e propria colonizzazione programmata dall’alto. Arborea era una zona paludosa malarica e malsana, tanto da essere snobbata per secoli dai cittadini di Terralba. Tutta la bonifica è stata programmata per creare un sistema a griglia di lottizzazioni, con alla base l’idea della casa colonica, dove ogni assegnatario aveva a disposizione una determinata quota di terreno con l’obiettivo di garantire l’autosussistenza familiare. Un sistema, tra l’altro, che era totalmente estraneo all’organizzazione delle comunità rurali sarde.


La Sardegna ha avuto una storia demografica diversa da quella delle altre regioni del centro-sud?

Secondo me sì: ad esempio ancora nel secondo dopoguerra eravamo la regione con il più alto numero di figli per donna, poi siamo rapidamente passati a essere quella con il dato più basso. In questo senso abbiamo tuttora dei comportamenti completamente diversi da tutte le altre regioni italiane del Mezzogiorno, dove tutto sommato regge ancora l’idea familiare delle famiglie numerose, mentre al Nord la forte presenza degli stranieri tende a mitigare la riduzione della fecondità.

Perché oggi la Sardegna perde popolazione

Veniamo ora al tema più attuale, ovvero l’odierna crisi demografica sarda. Si tratta di una situazione irrimediabile?
Esiste certamente oggi una forte discrepanza tra il numero dei decessi e quello dei nuovi nati, che sono sotto i 7 mila all’anno secondo gli ultimi dati, contro 22 mila morti. È chiaro che con dei numeri di questo tipo c’è da chiedersi quale potrà essere il futuro delle scuole, dell’università e, più in generale, della nostra società, perché sostanzialmente oggi siamo come un’azienda che ha più uscite che incassi. Anche a livello di dibattito pubblico è esploso il problema dei sardi che non fanno più figli. Che poi in realtà non è propriamente così, piuttosto il tema è che le coppie ne fanno soltanto uno; dunque, in Sardegna sono sostanzialmente sparite le famiglie con tre o più figli. Ma c’è poi anche un problema numerico, perché la base di abitanti che possono fare figli in Sardegna è limitata in questo momento. Purtroppo, c’è sempre la tentazione di offrire un’unica spiegazione a un fenomeno complesso come la crisi demografica. Quando invece la popolazione è un organismo dinamico in cui ci sono quattro forze fondamentali: la mortalità, la natalità, le emigrazioni e le immigrazioni. L’entità di questi fenomeni va a influenzare la composizione finale della popolazione: se io ho un territorio dove i giovani vanno a vivere fuori, nascono pochi bambini, arrivano pochi stranieri e perlopiù anziani, oltre a diminuire il numero complessivo della popolazione, cambia anche la sua composizione. Dunque, il problema non è soltanto quanti sono i sardi, ma anche chi sono oggi. Indubbiamente oggi stiamo “scambiando” giovani e laureati, quindi capitale umano, per stranieri con un’età media elevata (basti pensare alla forte presenza di badanti sulla cinquantina). C’è quindi anche un problema di “qualità” della popolazione sarda che viene invece oggi molto spesso trascurato.


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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