medioevo

Come la Sardegna divenne cristiana: l’epoca bizantina

Marco Muresu, Ricercatore in Archeologia Cristiana, Tardoantica e Medievale dell’Università degli Studi di Cagliari ci ha raccontato nello scorso articolo le fasi iniziali della cristianizzazione della Sardegna, arrivando sino alla fine della dominazione vandala. Subito dopo, nella prima metà del VI secolo, ebbe inizio la lunghissima fase bizantina dell’Isola, che inevitabilmente influenzò anche le vicende della Chiesa sarda. Che sono ricostruibili soprattutto grazie alla presenza delle lettere di Papa Gregorio Magno, delineando un quadro politico e culturale abbastanza complesso. In questa fase, infatti, i vescovi dell’Isola partecipano ai concili ecumenici convocati a Costantinopoli, ma interloquiscono naturalmente anche con la Chiesa di Roma (in questi secoli ancora legata a Bisanzio).

La Sardegna bizantina tra Chiesa di Roma e Costantinopoli

“La Chiesa, in Sardegna, faceva parte di un sistema geografico non sempre allineato con i grandi affari e interessi che caratterizzavano il Mediterraneo “europeo”. I religiosi, pertanto, vuoi per minori contatti, vuoi per vuoto di potere occasionalmente colmato “alla bisogna”, tendevano a fare le proprie scelte in autonomia e spesso riuscivano a passare sottotraccia. Se leggiamo le fonti in senso diacronico, possiamo osservare dei passaggi in cui i papi se la prendono con questo o quell’arcivescovo perché – nel compiere determinate scelte o consentire alcune attività –si era permesso delle libertà per cui non aveva diritto ”. Lo stesso Gregorio Magno si lamenta con l’arcivescovo di Cagliari Gianuario per fenomeni simili, mentre secoli dopo, è l’arcivescovo Citonato di Cagliari a beccarsi una lavata di capo da papa Giovanni V (685-696) perché ha osato ordinare un vescovo a Torres contravvenendo al privilegio secondo cui solo i pontefici potevano farlo. Insomma, non parlerei proprio di scontro ma comunque si percepisce spesso una certa tensione tra le pratiche “autoctone” della Chiesa sarda e le regole generali. Si tratta comunque di un problema molto complesso sul quale sono stati scritti fiumi di inchiostro e che ancora adesso toglie il sonno agli studiosi”.

Marco Muresu


Paganesimo e cristianesimo in Sardegna: le lettere di papa gregorio magno

Alcune lettere sembra facciano intendere una certa resistenza dell’isola al cristianesimo. Prendiamo, ad esempio, sempre nelle lettere di Papa Gregorio Magno, la celebre “invettiva” contro i ligna et lapides ancora adorati dai sardi, come si può leggere nella lettera a Ospitone, duca dei Barbaricini, datata maggio 594. “Questa tesi è stata a lungo condivisa e oggetto di tante riflessioni e analisi, ma personalmente, non mi convince molto. Non perché non possa avere un fondo di ammissibilità, quanto perché non dobbiamo, secondo me, fare l’errore di pensare che il paganesimo fosse sia del tutto “debellato” che, magari, presente in Sardegna in quanto terra lontana e isolata (dunque, un po’ conservativa e ostile ai cambiamenti). Se leggiamo in generale l’epistolario di Gregorio ci accorgiamo che negli ambienti rurali persistevano forme di paganesimo, naturalmente un po’ imbarazzanti per la Chiesa, soprattutto per quanto attiene a quelle presenti nelle campagne di proprietà della Chiesa stessa (sì, la Chiesa era una grande proprietaria terriera). Nello specifico, le parole “ligna et lapides” sono state talvolta viste come prova della religiosità tradizionale, addirittura derivante da quella nuragica, di una Sardegna refrattaria alle influenze esterne e che contrastava l’avvento del cristianesimo. Tutti argomenti che in trovano un terreno molto fertile nel dibattito sardo. Come ho già detto, non dobbiamo però pensare che il paganesimo fosse un qualcosa di identitario della Sardegna né limitato alla nostra isola. La campagna e la vita agreste, con i suoi ritmi, tendevano sempre ad essere più conservative, più “antiche” nel vero senso della parola, dunque non è strano che anche all’epoca di Gregorio in campagna vigessero pratiche diverse – anche dal punto di vista religioso – rispetto alla città, dove il dinamismo e i funzionari si facevano sentire di più. Pensiamo a una campagna ancestrale dove i contadini pregavano come i loro padri, nonni e avi per propiziare i raccolti o le piogge. Certo, non che alla Chiesa facesse piacere, ma dalla lettura delle epistole gregoriane si capisce come fosse una cosa gestibile e gestita. È lo stesso Gregorio, infatti, a rivelare nelle sue lettere che chi voleva attenersi a delle pratiche religiose pagane poteva farlo, bastava pagare una penale. Paradossalmente, una delle epistole contiene una lamentela del papa a proposito di esattori delle tasse che continuavano a esigere questa penale anche ai contadini che si erano convertiti”!

Iconoclastia bizantina e Sardegna: un’adesione incerta

Parlando dell’epoca bizantina e del cristianesimo è impossibile non citare il fenomeno dell’iconoclastia, ovvero il divieto di culto delle immagini sacre, che la corte di Costantinopoli promosse nell’ottavo secolo. Difficile dire se la Sardegna del tempo seguì le direttive della Casa madre: “Anche in questo caso, non abbiamo riferimenti diretti. Occorre, nel caso, indagare attraverso sponde rispetto a reperti o dati che possano condurci a quel contesto culturale. Ad esempio, abbiamo forse un riflesso del clima iconoclasta nella Passio di Sant’Efisio, che risale all’età giudicale ma che sappiamo avere una base di età bizantina più antica, dove si legge che Efisio, a Gaeta (prima di arrivare in Sardegna, dunque), aveva commissionato a un artigiano una croce con l’effige di Cristo e costui si era rifiutato. A cosa dobbiamo questo rifiuto? Probabilmente al fatto che ai tempi del compilatore della passio – di quella da cui i successivi medievali si sono ispirati – il divieto di realizzazione e utilizzo delle immagini sacre fosse in vigore. Come sempre accade, in realtà, l’interpretazione non segue una sola via e ci sono dati all’apparenza discordanti. Abbiamo menzione del fatto che in Sardegna, almeno dall’VIII secolo, fossero presenti dei monaci studiti, cioè legati al monastero costantinopolitano di San Giovanni di Studios, il cui abate era Teodoro (detto, appunto, Studita: 759-826). Questo dettaglio deriva da una delle biografie di quest’ultimo, che menziona l’isola come il luogo in cui sarebbe avvenuto un miracolo da parte dello stesso Teodoro. I monaci studiti – in realtà tutti i monaci, in generale – erano iconodùli, ovvero favorevoli e ben disposti alla venerazione delle icone (al contrario di chi voleva distruggerle, gli iconoclasti), dunque sembrerebbe che in Sardegna non regnasse un clima di iconoclastia”.

L’epigrafe di Costantino a Porto Torres: un indizio iconoclasta?

Il condizionale, tuttavia, è d’obbligo poiché abbiamo anche un’altra testimonianza, stavolta materiale, che potrebbe portarci verso un’altra strada: si tratta di una epigrafe in caratteri e in lingua greca, incisa su un blocco (probabilmente un architrave) oggi conservato all’interno della chiesa di San Gavino a Porto Torres. “Nel testo si narra delle gesta di un certo Costantino, hypatos kai doux (trad. “capo civile e militare”, un tipo di funzione in uso nella burocrazia bizantina di quegli anni) che aveva sventato un attacco perpetrato dai longobardi e “da altri barbari” (il testo è volontariamente ambiguo, non sappiamo quali. Forse gli Arabi?) dedicando la vittoria all’imperatore, anche lui chiamato Costantino. L’autore del componimento non specificava di quale sovrano si trattasse, ma gli studi più aggiornati sul testo ne hanno ascritto la cronologia al tardo VIII secolo, dunque si tratterebbe di Costantino V, al potere dal 751 al 775 d.C. e che era un fervente iconoclasta. Potrebbe trattarsi di lui anche perché l’iscrizione è divisa, al centro, da una croce: questo è un dettaglio significativo, poiché la croce era uno dei pochi simboli “tollerati” dagli iconoclasti, che invece consideravano assolutamente vietate le rappresentazioni antropomorfe. Insomma, tanto per cambiare, abbiamo una situazione complessa che induce cautela e prudenza: alcuni dettagli sembrerebbero portarci verso una adesione all’iconoclastia, soprattutto se li inquadriamo in una committenza “ufficiale” come l’epigrafe di Costantino; altri, come la vicenda di Teodoro Studita, sembrerebbero invece richiamare una situazione differente. Non sappiamo con certezza”.


Le reliquie di Sant’Agostino da Cagliari a Pavia

La nostra carrellata nei primi secoli della Chiesa cristiana si conclude con la vicenda della partenza delle spoglie di Sant’Agostino, uno dei padri della Chiesa, che furono conservate sino al 722 a Cagliari (proprio dove c’è l’attuale Chiesa). “È incerto quando il corpo del santo fu trasferito dall’Africa in Sardegna. Una tesi lo vede trasferito nel periodo della conquista vandala, un’altra all’indomani della conquista araba del Nord Africa. In ogni caso, la successiva partenza delle spoglie va contestualizzata nella politica longobarda perseguita sotto il regno di Liutprando, al potere dal 712 e il 744, un re molto attento alla legittimazione tramite la vicinanza alla religione cristiana e alla Sede Apostolica. Per questo era impegnato nell’acquisizione di reliquie e all’interno di questa ricerca ci fu anche la vicenda di Sant’Agostino. Beda ci parla di Liutprando che, avendo saputo che la Sardegna era in balia degli attacchi dei saraceni, mandò suoi emissari a Cagliari, sborsando una ingente somma per il trasferimento delle spoglie di Sant’Agostino alla Chiesa di San Pietro in Ciel d’Oro a Pavia, dove si trovano attualmente”.

Conclusioni: la possibile specificità della cristianizzazione in Sardegna

In conclusione: è possibile parlare di una specificità sarda nella cristianizzazione? “Se pensiamo a zone come Aquileia o Milano, che si dotarono una liturgia propria, a testimonianza di una specificità della chiesa locale molto forte, non vediamo un qualcosa di analogo in Sardegna. Non abbiamo infatti testimonianze di una liturgia sarda. Al contempo, però, in Sardegna ci furono vescovi e arcivescovi che furono rimproverati dalle autorità centrali per le proprie iniziative personali. Ci sono insomma molteplici aspetti, che a volte ci danno l’idea di omologazione e altre volte di specificità. In definitiva la Sardegna, essendo un’isola, anche nel caso del cristianesimo ha assorbito influssi dalle terre che la circondano, con delle rielaborazioni culturale più o meno complesse, creando un fenomeno con delle caratteristiche rispondenti prima di tutto a sé stessa”, conclude Muresu.


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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