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Eleonora d’Arborea oltre il mito: chi era davvero la giudicessa della Sardegna medievale

La figura storica femminile più nota della storia sarda ha un’identità ben precisa: Eleonora d’Arborea, la celebre giudicessa vissuta a cavallo tra Trecento e Quattrocento. Una donna che, nell’immaginario popolare, riuscì a tenere testa al Regno D’Aragona, difendendo l’indipendenza del Giudicato di Arborea. E promulgando la Carta De Logu, rimasta poi a fondamento del diritto sardo per secoli. Quanto c’è di vero in questa narrazione consolidata? Come sempre su Cronache Sarde proviamo a ripercorrere cosa ci dicono le fonti storiche sulla vita di Eleonora d’Arborea, senza per questo rinunciare a porci qualche interrogativo e curiosità.

La nascita e le origini catalane di Eleonora d’Arborea

Già il momento della nascita svela un particolare probabilmente sconosciuto alla stragrande maggioranza dei sardi: Eleonora non nacque a Oristano o in qualche altra località dell’isola ma, probabilmente, in Catalogna, intorno alla metà degli anni quaranta del Trecento. All’epoca, infatti, il Regno di Aragona era già prepotentemente entrato nelle vicende politiche sarde, ottenendo l’investitura del Regno di Sardegna e Corsica da Papa Bonifacio VIII già nel 1297 e successivamente effettuando una spedizione armata in Sardegna, che portò ad esempio alla conquista della città di Cagliari a danno dei pisani.
Il padre era Mariano IV di Arborea e la madre Teresa Roccaberti, mentre suoi fratelli furono Ugone, nato nel 1337, Beatrice e un’altra femmina, di cui non conosciamo il nome, morta in tenerissima età intorno al 1346. Eleonora apparteneva per parte paterna alla famiglia dei Bas-Serra, una famiglia nata dall’unione dei Serra (che ressero per secoli il giudicato arborense) con i Bas, feudatari aragonesi. Il ramo materno era invece completamente aragonese, infatti i Roccaberti erano una famiglia nobiliare catalana. Insomma, Eleonora aveva molto sangue catalano nelle vene e questo all’epoca non era assolutamente strano, considerate le complicate alleanze matrimoniali che caratterizzavano le élite nobiliari del medioevo e l’ormai radicata presenza aragonese nell’Isola, che proprio negli anni in cui veniva alla luce la futura giudicessa stava favorendo l’insediamento di coloni aragonesi nelle città sarde di cui si era già impadronita.

La famiglia di Eleonora: Mariano IV e la dinastia degli Arborea

In ogni caso, nonostante la nascita “iberica” Eleonora e la sua famiglia si trasferirono presto a Oristano, probabilmente sino al 1347, anno in cui Mariano divenne giudice di Arborea, dopo essere stato negli anni precedenti sostanzialmente un vassallo aragonese, con il titolo di Conte di Marmilla e del Goceano. Pochi anni dopo, nel 1353, esplose il conflitto tra Mariano IV d’Arborea e Pietro IV d’Aragona, ponendo fine a un’alleanza trentennale, fino ad allora solidissima. I motivi della rottura non sono chiari, anche se gli storici sembrano convergere su una diversa interpretazione del concetto di sovranità: mentre il regno di Aragona tendeva a considerare il giudicato come un territorio sostanzialmente vassallo, Mariano considerava il proprio potere come autonomo e sovrano. Un’interpretazione, quest’ultima, che anche Eleonora considerò sua per tutta la sua reggenza.

I tentativi di ricucitura furono scanditi da altrettante paci siglate prima ad Alghero (1354) e poi a Sanluri (1355), che garantirono un decennio di relativa tranquillità. La guerra si riaccese nel 1365 e portò alla conquista di quasi tutta l’isola da parte di Mariano. In effetti molti sardi ricorderanno di aver visto sui testi scolastici o altri libri una mappa della Sardegna dominata dal Giudicato d’Arborea, con le sole roccaforti di Cagliari e Alghero in mano aragonese. E in parecchi tenderanno ad associare questa epoca di splendore militare alla giudicessa Eleonora, spesso raffigurata sui libri divulgativi a cavallo e al comando di eserciti, quasi come una Giovanna D’Arco nostrana. In realtà, come vedremo nei paragrafi successivi, la morte di Mariano segna sostanzialmente la fine del periodo espansionista giudicale e l’intera vicenda politica di Eleonora può essere interpretata come un tentativo di frenare con tutti i mezzi (compreso quello militare) la dilagante potenza iberica nell’isola, che diventerà definitiva alcuni anni dopo la celebre battaglia di Sanluri.

Il matrimonio con Brancaleone Doria e la reggenza del giudicato

Sappiamo poco della giovinezza di Eleonora, che poco dopo la morte di Mariano IV nel 1376 andò in sposa (non più giovanissima per l’epoca) a Brancaleone Doria, in quella che fu con tutta probabilità una classica alleanza matrimoniale. I Doria, naturalmente, erano una potente famiglia genovese storicamente schierata su posizioni antiaragonesi e Brancaleone era signore di Castelgenovese (l’attuale Castelsardo). Dal matrimonio nacquero due figli, Federico nel 1377 e Mariano nel 1379. Dopo le nozze la famiglia visse a Castelgenovese, per poi, nel 1382, trasferirsi a Genova. In Liguria, però, Eleonora rimase pochi mesi: alla notizia dell’uccisione del fratello, il giudice Ugone III, da parte di un gruppo di congiurati, appoggiati dalla corona d’Aragona, alla vigilia della Pasqua del 1383, Eleonora tornò in Sardegna, a Oristano, per tutelare la successione al trono giudicale del figlio Federico. Rientrata nell’Isola nell’aprile-maggio, riuscì a stroncare ogni possibile forma di ribellione, mostrando dunque un notevole carattere in un momento di successione che dovette essere particolarmente complesso, anche per via delle ingerenze aragonesi. Nello stesso anno Brancaleone si recò in Catalogna, dove rinnovò la sua fedeltà personale al sovrano, ottenendo anche il titolo di «conte di Monteleone». 

La ripresa della guerra tra Giudicato d’Arborea e Corona d’Aragona

Ma la situazione precipitò rapidamente: il 17 giugno 1383 Eleonora indirizzò al re Pietro IV di Aragona una lettera nella quale comunicava di aver sottomesso tutti i territori arborensi, ad eccezione di Sassari, grazie al “subsidio bonorum Sardorum meorum et cum bona voluntate totius populi Sardici”. I congiurati, affermava la giudicessa, intendevano chiedere aiuto a Genova e miravano ad instaurare un regime comunale. Sempre in questa lettera Eleonora affermava di aver imposto i propri diritti di successione al trono giudicale come unica figlia superstite di Mariano IV. Aveva inoltre fatto eleggere giudice, dall’assemblea della Corona de Logu, il proprio primogenito Federico e ne aveva assunto la tutela in qualità di giudicessa reggente. La risposta del re aragonese arrivò l’11 luglio e non fu promettente già dall’esordio, dal momento che – pur prendendo atto della situazione – si rivolse a Eleonora con il degradante titolo di contessa di Monteleone e non come giudicessa.
Nonostante lo scambio epistolare, o forse anche per quello, nell’estate del 1383 Eleonora decise di riaprire le ostilità contro gli Aragonesi, probabilmente sotto la pressione dei maggiorenti locali, favorevoli alla ripresa di una politica antiaragonese, che era condivisa dalla popolazione arborense per la difesa delle “libertà” interne.

La prigionia di Brancaleone Doria e le conseguenze politiche

Pietro IV di Aragona, intuendo questi movimenti, decise di arrestare Brancaleone, che poi nel 1384 fu portato prigioniero in Sardegna. L’obiettivo del sovrano era quello di utilizzare il marito della giudicessa come strumento di pressione nei confronti di Eleonora, per giungere rapidamente a un trattato di pace a lui favorevole e per farsi consegnare come ostaggio, in cambio della libertà del marito, il piccolo giudice Federico. In questo momento ebbe inizio un lungo periodo che deve essere stato particolarmente difficile per la giudicessa, con il marito sottoposto a una dura prigionia nelle carceri di Cagliari e le pressioni politiche interne. Nel 1385 Eleonora avviò le trattative di pace con gli aragonesi, che si sarebbero però trascinate per anni. Come nota il professore Alessandro Soddu “Le varie proposte presentate tra 1385 e 1386 – in parte accolte e in parte rigettate, poi riformulate e infine esaudite – sono la preziosa testimonianza di una complessa dialettica che vide in azione i rispettivi “professionisti della diplomazia”. Non meno importanti furono le garanzie pretese circa il rispetto degli accordi, non solo in termini di imposizione di penali pecuniarie e spirituali, ma anche e soprattutto attraverso la partecipazione, il giuramento e la sottoscrizione del trattato da parte dei delegati di città e circoscrizioni locali”.

Le trattative diplomatiche tra Arborea e Corona d’Aragona

I tentativi di pace della giudicessa non piacquero però a tutti nel Giudicato, tanto che all’inizio della primavera del 1386 venne scoperta una cospirazione ordita dal maior camerae Francesco Squinto il quale mirava ad impadronirsi del Giudicato, a consolidare i legami con Genova e a proseguire la guerra contro i Catalani. Eleonora fece arrestare Squinto e i suoi accoliti e, a quanto risulta dalle fonti, durante l’arresto, avvenuto dinanzi al palazzo giudicale, si verificò un tumulto popolare: al grido di “Viva donna Eleonora, messer Branca e suo figlio e muoia chi vuole la guerra” la folla assalì e saccheggiò le case dei familiari del maggiordomo traditore. A dimostrazione, insomma, che a dispetto dell’immagine che forse abbiamo oggi della Eleonora di Arborea come di una comandante impegnata in una lotta senza quartiere contro Aragona, al tempo era invece vista – usando un’espressione contemporanea – come la capofila del partito della trattativa. In mezzo a questo pesantissimo periodo ci fu anche la morte del figlioletto Federico, a cui successe il fratello Mariano, per conto del quale Eleonora continuò la reggenza. Alla fine, dopo laboriose trattative condotte dal governatore generale Pérez de Arenós e dal maior camerae arborense Tommaso de Serra, dal vicecancelliere Comita Panza, dal cittadino sassarese Antonio Caso, per conto di Eleonora, la pace venne finalmente firmata a Cagliari il 24 gennaio 1388. Ma serviranno ancora due anni per arrivare all’attuazione degli accordi e alla liberazione di Brancaleone Doria, che arrivò soltanto nel 1390. Non solo: le condizioni della pace furono particolarmente severe per il Giudicato, che sostanzialmente perse buona parte dei territori guadagnati in precedenza. Eleonora dovette versare alla Corona anche le ingenti somme concordate per la liberazione di Brancaleone: 19.800 lire di alfonsini minuti, corrispondenti a 22.000 fiorini d’oro e 12.000 lire, a titolo di prestito, al sovrano.

Gli ultimi anni di Eleonora d’Arborea e la sua morte

In sostanza, la pace voluta da Eleonora e ratificata dalle assemblee delle delegazioni del giudicato fu davvero estremamente onerosa, tanto che, poco dopo la liberazione di Brancaleone, le ostilità ripresero. Le forze arborensi prima bloccarono i rifornimenti alimentari diretti verso Cagliari, poi estesero il confitto a buona parte dell’isola: la campagna militare iniziò il 1°aprile 1391 con il richiamo alle armi di tutti i sardi dai quattordici ai sessant’anni perché si presentassero ai punti di raduno con le armi e viveri per venti giorni. La leva si aggirava sui 10.000 soldati: con queste forze, in pochi mesi Brancaleone riuscì a riconquistare quasi tutti i territori che erano stati annessi al Giudicato prima della pace del 1388. Non è chiarissimo quanto fece in questa fase Eleonora, che comunque appare aver lasciato il comando delle operazioni militari al consorte. E nel 1392 il figlio Mariano compì i quattordici anni necessari per assumere direttamente il regno del Giudicato, anche se secondo alcuni storici rimase comunque sotto tutela paterna ancora per diversi anni. Fatto sta che Eleonora da questo momento in poi sembra uscire dai riflettori: in una procura del 24 luglio 1399 il re Martino I di Aragona parla di Eleonora come “moglie” del conte di Monteleone. In una lettera dello stesso sovrano della fine di novembre del 1402 in cui si parla di Mariano e Brancaleone il nome di Eleonora non compare nemmeno, tanto che si può dedurre come la giudicessa fosse già defunta, probabilmente a causa di un’epidemia di peste che colpì l’isola. Non sappiamo né dove né come fu sepolta, dunque la collocazione della sua tomba è del tutto ignota.

Eleonora d’Arborea e l’emanazione della Carta de Logu

Prima di dare giudizi conclusivi sulla figura di Eleonora d’Arborea è impossibile non dedicare un paragrafo a parte per ciò per cui è conosciuta maggiormente, ovvero l’emanazione della Carta de Logu, la legislazione del Giudicato arborense che fu poi fatta propria anche dal Regno di Sardegna aragonese e restò in vigore fino all’epoca sabauda, uscendo di scena soltanto con la fusione perfetta del 1827 tra Sardegna e Piemonte. Riassumendo per sommi capi, è doveroso ricordare che con tutta probabilità la versione originaria della Carta de logu fu emanata dal padre Mariano nei primi anni del suo regno. Lo ricorda la stessa Eleonora nel proemio (Sa Carta de Logu, sa quali cun grandu sinnu e providimentu erat fata per issa bona memoria de juigui Mariani padri nostru).
Questo non significa che Eleonora non abbia messo mano alla Carta de Logu, anzi, sotto la sua egida furono sicuramente rinnovate e aggiornate diverse disposizioni. Tuttavia, poiché la Carta de Logu di Mariano non ci è pervenuta, è impossibile stabilire con esattezza la proporzione tra vecchio e nuovo (secondo alcuni studi, le aggiunte e le revisioni di Eleonora sarebbero riscontrabili nei capitoli 128-132 e 160-198). Impossibile qui commentare il contenuto della Carta de Logu che, come riflette Soddu è “Una legislazione che, com’è stato evidenziato da più parti, è figlia di un contesto caratterizzato dagli effetti delle pestilenze e della lunga guerra contro il re d’Aragona, ponendo l’esigenza di ristabilire un ordine che pareva essere compromesso”.

Conclusioni: perché Eleonora d’Arborea è così importante nella storia della Sardegna

Eleonora d’Arborea è senza ombra di dubbio la figura storica femminile più celebre della storia sarda e nei secoli la sua figura e la sua stessa persona si sono fuse con la narrazione popolare e gli sterminati volumi scritti a posteriori. In realtà, a parte le trattative tra giudicati e aragonesi, le fonti scritte dirette non sono copiosissime. Lo stesso volto che vediamo raffigurato nei dipinti realizzati a posteriori non è in realtà suo ma di Giovanna la Pazza e lo storico Francesco Cesare Casula sostiene che quello vero si trovi in un bassorilievo della Chiesa di San Gavino (nella foto). Nonostante non sia stata la Giovanna d’Arco sarda, la vicenda politica di Eleonora di Arborea resta comunque eccezionale, considerato che nel Medioevo il ruolo della donna era sostanzialmente confinato alla sfera domestica e familiare, a parte pochissime eccezioni. Dunque, l’essere riuscita a conservare il Giudicato e a confrontarsi con la potenza aragonese – uno scontro in realtà impari – senza sgretolare il suo potere va valutato come un’impresa notevole. Le cessioni territoriali ed economiche seguenti alla pace del 1388-90 vanno forse viste come un mix di realpolitik e di sentimento umano verso il marito, per anni sottoposto a una dura carcerazione. Proprio a seguito del ritorno sulla scena del marito Eleonora sembra uscire di scena abbastanza rapidamente, forse relegata a un ruolo esclusivamente familiare sino alla sua morte. Volendo azzardare un’ipotesi interpretativa, è possibile che intorno al 1392-1395 sia accaduto qualcosa nei rapporti con Brancaleone o con il figlio Mariano: d’altra parte non sarebbe la prima volta nella storia che una donna di successo, forse troppo per gli standard dell’epoca, a un certo punto entri in contrasto con il ramo familiare maschile, perdendo alla fine lo scontro e tutto il suo potere, pur restando formalmente inserita nella vita di corte. Questa perdita di status ci permetterebbe forse di capire come mai non sappiamo nulla della morte di Eleonora e anche l’ubicazione della sua tomba, nonostante le diverse tesi, rimanga ad oggi un mistero. Un silenzio che, a distanza di secoli, colpisce, considerato che stiamo parlando di una delle due-tre figure chiave della storia sarda, vissuta non all’epoca di Amsicora, ma in un’epoca in cui la produzione di documenti scritti e notarili era ormai consuetudine. Ma comunque si tratta soltanto di ipotesi, che in futuro soltanto il lavoro degli storici potrà confermare: resta di certo il lascito di questa donna alla storia della Sardegna, che riuscì ad allungare la vita dei giudicati di qualche decennio, lasciando in eredità un corpus normativo che regolò la vita dell’Isola per secoli.

FONTI

  • Eleonora di Arborea, una statista della Sardegna tra mito e storia, Centro di documentazione delle donne
  • Il trattato di pace tra Giovanni I d’Aragona ed Eleonora d’Arborea del 1388-1390, Alessandro Soddu
  • Brevi, Statuti e Cartas de logu nella Sardegna tardomedievale, Alessandro Soddu
  • Eleonora di Arborea, dizionario biografico degli italiani, Treccani
  • Mariano IV di Arborea, dizionario biografico degli italiani, Treccani
  • Sito ufficiale Istituto storico arborense
  • Eleonora di Arborea nella memoria populare, Maria Gabriella Del ReAttilio Mastino,Pier Giorgio Spanu, Raimondo Zucca -Naves plenis velis euntes


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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