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Storia della Sardegna: dalla Preistoria alla Regione Autonoma

La storia della Sardegna, dalla preistoria sino ai giorni nostri, presenta caratteristiche che in parte la accomunano con altre regioni del Mediterraneo, d’altra parte è caratterizzata da specifiche peculiarità, che possono essere viste come il risultato di un’autonoma rielaborazione del contesto isolano alle influenze sociali, economiche e politiche arrivate dall’esterno. In questo articolo Cronache Sarde prova a tracciare, in maniera estremamente sintetica, un quadro dell’evoluzione storica della Sardegna dalla preistoria ai giorni nostri, che sarà costantemente arricchito e migliorato, soprattutto grazie ai link agli articoli di approfondimento che pubblicheremo sul nostro sito.

La Sardegna nella Preistoria: il lungo periodo prenuragico

La Sardegna ha avuto una storia molto tempo prima della comparsa dei nuraghi che ancora oggi ne caratterizzano in maniera netta il suo paesaggio e la sua identità culturale. Si tratta del cosiddetto periodo Prenuragico, che comprende un ampio intervallo temporale che va dal 450.000 al 1.800 avanti Cristo, fino alle soglie della civiltà nuragica. Parliamo quindi di un periodo lunghissimo, che è solitamente suddiviso dagli esperti in quattro fasi cronologiche: Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, Eneolitico (o Calcolitico). Ciascuna di queste ere è ulteriormente articolata in sottofasi, o ulteriori fasi culturali. Ovviamente, per tutto il periodo prenuragico, è più corretto parlare di preistoria che di storia, dal momento che in questa fase era ancora stata inventata la scrittura. Dunque, l’unica fonte di informazioni che ci può consentire di ricostruire le abitudini di vita dell’uomo in questo periodo è rappresentata dai dati archeologici, in particolar modo da oggetti e manufatti, il cui studio può permettere agli archeologi di ricondurli all’espressione della cultura materiale di una determinata popolazione o di un gruppo etnico.
Per quanto riguarda i periodi più antichi del pre-nuragico, le attestazioni più antiche sono giocoforza estremamente scarse e frammentarie: alcuni rinvenimenti degli archeologi in Corsica permettono di ipotizzare una frequentazione della Sardegna già 60.000-44.000 anni fa. Ma le primissime evidenze di un popolamento della Sardegna provengono dalla grotta Corbeddu di Oliena, frequentata tra il Paleolitico superiore e il Mesolitico (circa 20.000 anni fa), che documenta una presenza umana comunque ancora sporadica, basata sulla caccia e sulla raccolta e su forme di insediamento temporanee.
Una svolta decisiva per la Preistoria sarda si verificò on il Neolitico, periodo in cui si affermò un nuovo modello economico fondato sull’agricoltura e sull’allevamento, che determinò la progressiva sedentarizzazione delle comunità, l’aumento demografico e una più complessa organizzazione sociale.
In particolare, nel Neolitico antico comparvero le prime ceramiche, inizialmente decorate con impressioni ottenute tramite conchiglie (ceramica cardiale). Nello stesso periodo si diffuse anche l’uso sistematico dell’ossidiana del Monte Arci, impiegata per la produzione di strumenti e probabilmente oggetto di scambi anche al di fuori dell’isola. In questa fase le abitazioni erano costituite soprattutto da grotte naturali e ripari sotto roccia, ma in seguito i villaggi all’aperto iniziarono a svilupparsi progressivamente. Nel Neolitico medio si affermò la cultura di Bonu Ighinu, caratterizzata da una ceramica tecnicamente raffinata, dalle superfici lucide e scure e da una notevole varietà di forme. Sempre al neolitico medio risalgono importanti innovazioni nel campo funerario e religioso, come le tombe a grotticella e le statuette della Dea Madre steatopigia (rinvenute nel territorio di Cuccuru is Arrius, nel territorio di Cabras), che riflettono un sistema di credenze legato alla fertilità e al ciclo vita-morte. Bisogna invece aspettare il neolitico recente per osservare la comparsa delle notissime domus de janas (circa 3500 censite nell’Isola), ovvero le tombe ipogee scavate nella roccia, nonché dei monumenti megalitici come dolmen e menhir, segno di una crescente complessità sociale e simbolica dei sardi prenuragici. Il successivo periodo del Neolitico finale è invece dominato dalla cultura di Ozieri, la prima a estendersi su tutto il territorio sardo, caratterizzata da villaggi più ampi e strutturati, ceramiche finemente decorate, nonché da intensi contatti con il Mediterraneo orientale; in questa fase comparvero anche le prime lavorazioni del rame, che segnano il passaggio all’Eneolitico. Ulteriori evoluzioni cruciali per questa fase finale del periodo prenuragico sono la cultura di Monte Claro e la cultura di Bonnanaro.

La civiltà nuragica e l’Età del Bronzo

Con l’Età del Bronzo si assiste alla nascita della nascita della civiltà nuragica, che rappresenta il periodo a cui è più legato l’immaginario dei sardi moderni. Difficile in questa sede chiarire una volta per tutte quale sia stata la cultura che ha dato origine alla civiltà nuragica, anche se il celebre archeologo Giovanni Lilliu la vedeva come una sostanziale evoluzione della Cultura di Bonnanaro. In maniera indiscutibile, invece, il simbolo di questa civiltà è il nuraghe, una costruzione megalitica a torre con camere interne voltate a tholos, presente in migliaia di esemplari in forme semplici o complesse, spesso al centro di villaggi articolati (molto probabilmente costruiti in una fase finale dell’epoca nuragica). Sulla funzione dei nuraghi sono stati scritti numerosi libri e trattati, anche se oggi appare esserci un sostanziale accordo tra gli archeologi sul fatto che la funzione originale dei nuraghi fosse quella abitativa, a cui se sono poi affiancate successivamente altre (tra cui quella rituale). Nelle vicinanze dei nuraghi sorgevano le tombe dei giganti, destinate alle sepolture collettive, nonché numerosi edifici di culto, come templi a pozzo, fonti sacre e templi a megaron, che testimoniano una religiosità profondamente legata all’acqua e ai cicli naturali.
La società nuragica appare organizzata in modo gerarchico, con un’élite guerriera e sacerdotale, basata su un’economia agro-pastorale integrata dallo sfruttamento delle risorse minerarie. Alcune stime demografiche ipotizzano che nel Bronzo medio la popolazione sarda potesse aggirarsi intorno ai 200.000 abitanti.
Tra il Bronzo recente e finale la civiltà nuragica raggiunse il suo massimo sviluppo, con un territorio capillarmente controllato, intensi contatti con il mondo miceneo e cipriota e una produzione artistica di buon livello, come dimostrano i bronzetti votivi. In questa fase vennero costruite altre tombe di giganti, caratterizzate nuove soluzioni architettoniche, furono eretti molti nuraghi, mentre altri edifici più antichi furono trasformati da nuraghi monotorre in nuraghi polilobati, cioè a più torri. Un ulteriore importante cambiamento si avverte con l’ingresso nell’Età del Ferro, che sottopose la civiltà nuragica a profondi cambiamenti: l’aspetto più rilevante è che le popolazioni sarde in questo periodo smisero di costruire nuovi nuraghi. Le tracce archeologiche evidenziano che in questa fase si ebbe una rielaborazione simbolica del passato, di cui sono l’espressione più nota lecelebri statue di Mont’e Prama, raffiguranti guerrieri, pugilatori e modelli di nuraghe.

L’era fenicio-punica

Difficile stabilire, in assenza di documentazione scritta, le cause che hanno portato alla fine della civiltà nuragica. Molte ipotesi si sono susseguite nel corso del tempo, ma storici e archeologi sembrano propendere oggi per quella di un progressivo esaurimento di questa cultura, per lotte interne ma forse anche per una certa incapacità di rinnovare sé stessa.
Quel che ci racconta indubbiamente l’archeologia è che tra il IX e il VI secolo a.C. la Sardegna entrò stabilmente nella sfera dei traffici mediterranei con l’arrivo dei Fenici, che fondarono empori costieri destinati a trasformarsi in vere e proprie città, come Nora, Tharros, Sulky e Karaly. Fuori dalle mura cittadine venivano ubicate la necropoli e il tofet, il luogo destinato alla sepoltura di bambini. Come nel caso della città, anche l’introduzione della scrittura rappresentò un evento rivoluzionario nello scenario sardo, nella misura in cui essa venne impiegata come potente strumento di supporto al modello urbano, fino ad allora estraneo alla cultura nuragica. La popolazione sarda, soprattutto nei luoghi più di contatto con fenici, finì per essere influenzata dalla cultura punica senza per questo smarrire completamente la propria identità, come ad esempio testimoniano alcuni ritrovamenti e sepolture nell’area di Mont’e Prama.
Successivamente, a partire dal VI secolo l’isola passò sotto il controllo dei Cartaginesi (a sua volta potente colonia fenicia), che instaurarono nell’Isola una dominazione militare e politica più diretta, introducendo nuove forme di organizzazione agricola e amministrativa. Dopo la sconfitta di Cartagine nella prima guerra punica e la rivolta dei mercenari locali,la Sardegna entrò nell’orbita romana, diventando provincia già nel 227 AC. La successiva rivolta di Amsicora, che ebbe luogo in Sardegna nel 215 a.C. durante la seconda guerra punica (219 a.C.-202 a.C.) per opera di forze punico-sarde, non riuscì a invertire il corso della storia e fu repressa dalle truppe romane. Ulteriori rivolte furono poi stroncate nei decenni successivi. Tanto che, secondo i documenti ufficiali, i Sardi venduti come schiavi a Roma e sui mercati italici furono addirittura 50.000 (su una popolazione al di sotto dei 300.000 abitanti).


Il lungo dominio romano della Sardegna

Da quel momento in poi prese piede un lungo processo di romanizzazione che incide profondamente sull’urbanistica, sull’economia e sulla società. Come racconta lo storico Attilio Mastino, molti territori isolani furono colonizzati e occupati da soldati o famiglie arrivati dalla Campania (i Patulcenses), dalla Magna Grecia (gli Euthichiani), dalla Sicilia (i Siculenses), dalla Corsica (i Corsi), dall’Etruria (i Falisci), poi dall’Apulia (i sodales Buduntini), dalla Cirenaica (i Beronicenses) e dall’Africa (i Mauri). I Romani svilupparono la rete stradale, sfruttarono le miniere e favorirono la diffusione della lingua latina e del diritto romano. Lo sfruttamento agricolo e minerario della Sardegna si intensificò in età romana, grazie all’introduzione del latifondo. In particolare fu potenziata l’estrazione del piombo argentifero nelle miniere del Sulcis-Iglesiente. Già all’epoca di Cesare i centri urbani appaiono sulla via della romanizzazione. Diverso è invece il discorso per le aree interne: l’insediamento fu limitato da un lato a piccoli centri agricoli di scarsa romanizzazione (un’unica colonia, la colonia Iulia Augusta Uselis, del resto collocata sulla strada che collegava inizialmente Carales al Tirso e orientata verso il Golfo di Tharros e il Campidano), dall’altro lato ad alcuni campi militari posti a controllo della rete stradale, almeno in età repubblicana e nei primi decenni dell’impero; per il resto, vaste aree collinari e montuose erano occupate dalle popolazioni non urbanizzate, dalle tribù bellicose della Barbaria, gli Ilienses, i Balari, i Corsi, ma anche i Galillenses. Da un punto di vista religioso, dopo le persecuzioni il cristianesimo da Costantino in poi diventò la religione ufficiale dell’imperoe anche in Sardegna si assistette a una progressiva istituzionalizzazione delle comunità cristiane locali, che si dotarono di una struttura ecclesiastica stabile a partire dal IV secolo. Nell’isola, però, si mantennero sacche di paganesimo almeno sino al VI secolo, come testimoniato da una lettera di Papa Gregorio Magno relativa alla Sardegna.


Dal crollo dell’impero romano ai secoli bizantini

In questa fase la Sardegna è coinvolta in prima fila nella crisi dell’Impero romano d’Occidente, tanto da finire sottoposta nel V secolo al dominio dei Vandali, un popolo di origine germanica che si era stanziato nell’odierna Tunisia. Intorno al 455 il re vandalo Genserico occupò la Sardegna, che divenne una provincia strategica del regno vandalico. L’isola era fondamentale sia come base militare nel Mediterraneo occidentale sia come territorio agricolo per l’approvvigionamento di grano. Il dominio vandalo non comportò una profonda trasformazione amministrativa: molte strutture romane rimasero in funzione. Numerosi vescovi cattolici esiliati dall’Africa furono deportati in Sardegna, rendendo l’isola un luogo di confino. La dominazione terminò nel 534 d.C., quando l’esercito bizantino guidato da Belisario sconfisse i Vandali e la Sardegna entrò a far parte dell’Impero bizantino, avviando una nuova fase storica destinata a durare per molti secoli e a lascia un’impronta duratura sul piano amministrativo, culturale e religioso. A seguito della dipendenza politica dall’impero romano con sede a Costantinopoli, l’isola viene affidata a due autorità: il “praeses”, che svolgeva un ufficio di tipo civile, e un “dux”, che si occupava degli affari militari. La Sardegna bizantina dovette però affrontare una lontananza cronica da Costantinopoli, anche a causa della conquista longobarda di gran parte del territorio italiano e all’avvento dell’impero arabo, che impegnò per secoli l’Impero d’Oriente in una lotta per la sopravvivenza sui confini orientali. Particolarmente rilevante fu nel 698 la conquista di Cartagine da parte degli arabi, cui seguì la conquista della Sicilia, che isolarono profondamente la Sardegna da Bisanzio, peraltro in un’epoca di frequenti incursioni saracene. Nei secoli successivi ci fu comunque una fase di ripresa dell’impero bizantino, che probabilmente continuò a influenzare le classi dirigenti sarde. Il libro delle cerimonie dell’imperatore Costantino VII Porfirogenito (intorno al 915) fa esplicitamente il nome anche dell’Arconte di Sardegna (figura che probabilmente aveva racchiuso le figure del dux e del praeses).

I Giudicati: i regni autonomi della Sardegna medievale

Un secolo più tardi, invece, il distacco da Costantinopoli appare completo: emergono progressivamente i giudicati, regni autonomi governati da giudici-re. Dal 1073, come attesta una lettera inviata da Gregorio VII ai giudici sardi, a Sardegna è divisa nei giudicati di Cagliari, Arborea, Torres e Gallura, dotati di proprie istituzioni, leggi e strutture territoriali. Progressivamente, però, le strutture giudicali dovettero affrontare la presenza sempre più stabile e radicata delle repubbliche di Pisa e Genova, che ottennero concessioni nell’Isola e si disputarono la supremazia economica e territoriale nella Regione, spesso sostenendo apertamente determinati candidati nei troni dei quattro giudicati. Per poi passare alle azioni più dirette: i Pisani, in particolare, ottennero il permesso di costruire il quartiere Castello di Cagliari e poi nel 1258 arrivarono a distruggere la capitale giudicale Santa Igia, determinando la fine del giudicato cagliaritano.
Mentre è ancora in corso la lotta tra Genova e Pisa per la supremazia nell’Isola (seppure con una prevalenza di quest’ultima), interviene un fatto nuovo. Nel 1297 il papa Bonifacio VIII istituì ex novo il “Regnum Sardiniae et Corsicae” infeudandolo al sovrano d’Aragona Giacomo II. La conquista territoriale della Sardegna ebbe inizio però soltanto nel 1323 con lo sbarco dell’esercito aragonese, comandato dall’infante Alfonso, nel golfo di Palma di Sulcis. Nel 1324 viene conquistata Villa di Chiesa (poi Iglesias) e nel 1326 Cagliari, che vede l’espulsione della comunità pisana. A contrastare il piano ci sono i feudatari presenti prima della conquista (i Doria e i Malaspina) e soprattutto dal giudicato di Arborea, unico regno autoctono sardo sopravvissuto e fiorito in particolare proprio nel Trecento con i regni di Barisone e, soprattutto, di Eleonora d’Arborea, sotto i quali fu promulgata la Carta de Logu, uno dei più avanzati codici giuridici del Medioevo.

La Sardegna aragonese e spagnola

La battaglia di Sanluri (1409), segnò però la fine dell’epoca giudicale e la definitiva annessione dell’Isola nei territori aragonesi. Con il 1479, anno in cui i sovrani Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia costituirono la Corona di Spagna, l’isola fu gradualmente inserita nell’area culturale e politica spagnola, destinata a diventare la prima potenza mondiale dell’epoca.
Il potere politico era esercitato tramite un viceré, rappresentante del re, e si basava su un sistema feudale, che rafforzò il controllo dei nobili e aggravò le condizioni delle popolazioni rurali (qui il caso di Bisarcio). Le città principali, come Cagliari e Sassari, mantennero un ruolo amministrativo e militare. Complessivamente l’economia sarda fu arretrata e poco integrata nei traffici commerciali mediterranei; l’agricoltura era poco produttiva e il peso delle tasse era elevato. Frequenti carestie ed epidemie colpirono la popolazione, come la peste del 1652. Particolarmente grave era il fenomeno dello spopolamento: secondo i dati dell’ultimo censimento spagnolo del 1698 contava appena 260.551 abitanti. Sul piano culturale e linguistico, la dominazione spagnola lasciò un’impronta profonda: il catalano prima e lo spagnolo poi divennero lingue ufficiali dell’amministrazione, influenzando la lingua sarda e la toponomastica del territorio isolano.


La Sardegna sotto i Savoia

Con la conclusione della “guerra di successione spagnola” – aperta dalla contesa tra i pretendenti al trono dell’ultimo sovrano spagnolo della dinastia degli Asburgo Carlo II, morto nel novembre del 1700 – il 2 agosto 1718 con il patto di Londra terminò il lungo predominio spagnolo in Sardegna, che fu assegnata alla casa ducale dei Savoia che con essa acquistò anche il titolo regio. In precedenza, dal 1708 al 1717, ci fu una breve dominazione austriaca nell’Isola, che però faticò a impresemere impatti significativi nella storia dell’isola. La prima fase sabauda fu caratterizzata da un sostanziale immobilismo. Secondo quanto previsto dalle clausole del Patto di Londra, la nuova dinastia non poteva intaccare i privilegi feudali, ecclesiastici e delle città regie, doveva rispettare gli usi e i costumi tradizionali e continuare a usare la lingua spagnola negli atti pubblici. Nel 1759 il conte Gian Battista Lorenzo Bogino ricevette da Carlo Emanuele III l’incarico di sovraintendere agli affari di Sardegna e da quel momento iniziò un’azione di riforme. La dominazione sabauda della Sardegna fu poi interessata dalle vicende che contrapposero, dopo i fatti del 1798, la Francia rivoluzionaria ai regimi assolutistici del Resto D’Europa. In particolare nel corso dell’inverno 1792-1793 la guerra venne portata dalla Francia in Sardegna, frontiera mediterranea dello Stato sabaudo. Un tentativo di sbarco presso Cagliari fu però respinto, grazie anche al decisivo apporto della popolazione locale.
Nei mesi successivi si creò però una progressiva tensione tra le classi dirigenti sarde e il governo piemontese: fa scintilla che fece esplodere la contestazione fu l’arresto ordinato dal viceré di due capi del partito patriottico, gli avvocati cagliaritani Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor. Il 28 aprile del 1794, oggi celebrato come Sa Die De sa Sardigna, la popolazione inferocita decise di allontanare dalla città il viceré Balbiano e tutti i Piemontesi, che nel mese di maggio di quell’anno furono imbarcati con la forza e rispediti nella loro regione. Incoraggiati dalle vicende cagliaritane, gli abitanti di Alghero e Sassari fecero altrettanto. Negli anni successivi ci fu poi la vicenda dei moti antifeudali capeggiati da Giovanni Maria Angioy, che si esaurirono però senza risultati concreti e senza sfociare in un distacco dal Piemonte. E anzi, dal 1799 al 1815 la Sardegna, grazie alla protezione della Marina inglese, ospitò i Savoia in fuga dal Piemonte ormai occupato dalle truppe Napoleoniche.

L’evoluzione della Sardegna nell’Ottocento

Nel corso dell’Ottocento una serie di importanti interventi legislativi avvicinò l’assetto economico e la stessa vita dell’isola a quelli del Piemonte e, più in generale, di gran parte dell’Europa. Il primo gruppo di provvedimenti è legato al cosiddetto editto delle chiudende (1820 e 1839), che, incentivando i proprietari a recintare i propri terreni «di muro, fossa o siepe», cercò di avviare anche in Sardegna la formazione di una piccola borghesia agraria. Un secondo intervento sancì l’abolizione del feudalesimo (1836-1838), sebbene attraverso un meccanismo di riscatto il cui onere finanziario era trasferito ai comuni sardi. Un terzo provvedimento eliminò gli ademprivi (1865 e 1877), ossia gli antichi ma fondamentali diritti delle comunità rurali sull’uso dei terreni aperti e incolti. Nel mezzo ci fu stato un passaggio fondamentale per la Storia della Sardegna, vale a dire a dire la “Fusione Perfetta”: con questo atto, datato 29 novembre 1847, con cui si realizzò l’unione politica e amministrativa fra il Regno di Sardegna e gli Stati di terraferma posseduti dai Savoia. L’obiettivo per i sardi era accedere alle riforme liberali introdotte pochi mesi prima in Piemonte per gli stati di terraferma, ma la fusione perfetta comportò l’abolizione di tutti gli ordinamenti e alle normative autonomi dell’antico Regno di Sardegna, comprese le assemblee cetuali e l’istituto viceregio.
Successivamente la Sardegna, a partire dal 1861, si ritrovò inserita nel Regno D’Italia, cioè uno stato caratterizzato da una forte impostazione centralista. L’unificazione nazionale non risollevò l’Isola dalle sue condizioni di arretratezza economica e sociale, nonostante i dibattiti e le Commissioni d’inchiesta sulla “questione meridionale”.

Il Novecento: la nascita dell’autonomismo sardo

Il Novecento si apre con la partecipazione della Sardegna alla Prima guerra mondiale (1915–1918), che investì in pieno la popolazione isolana. Su circa 850.000 abitanti, furono mobilitati oltre 100.000 uomini. Le perdite furono gravi: decine di migliaia tra morti, feriti e dispersi e mutilati. Sul fronte militare, il ruolo principale fu della Brigata “Sassari”, costituita nel 1915 e composta in larga parte da soldati sardi, che si distinse per valore e coesione in diversi teatri del fronte (Altopiano di Asiago, Carso, Battaglie dell’Isonzo). La sottrazione di manodopera maschile indebolì ulteriormente il sistema produttivo dell’Isola. Si verificarono difficoltà negli approvvigionamenti e aumento dei prezzi. L’Isola dell’Asinara, inoltre, ospitò tra il 1915 e il 1916 il maggiore campo di prigionia italiano, che accolse circa 24.000 prigionieri austro-ungarici. Nonostante la vittoria nel conflitto, il dopoguerra nell’Isola fu segnato da malcontento sociale e rivendicazioni dei reduci, che portarono a rivendicazioni autonomiste e identitarie, sfociate poi nella nascita del Partito Sardo d’Azione (1921). Negli anni successivi, la presa al potere a livello nazionale del Partito nazionale fascista portò poi al passaggio di molti dirigenti sardisti nel fascismo, a eccezione del leader Emilio Lussu, vittima di aggressioni e condannato al confino.

La Sardegna nella Seconda guerra mondiale

Così come l’Italia, anche la Sardegna si ritrovò coinvolta nel secondo conflitto mondiale, In particolare, a partire dal febbraio 1943, quando – dopo lo sbarco in Africa settentrionale – gli Alleati preparano l’assalto finale alla «fortezza Europa». I bombardamenti che avevano toccato sino a quel punto quasi soltanto obiettivi militari, puntarono sulle città portuali. Cagliari, in particolare, fu colpita duramente tre volte in febbraio, il 17, il 26 e il 28.I progetti di invasione alleata dell’Isola rimasero però solo sulla carta e, dopo l’8 settembre, le truppe tedesche evacuano senza particolare opposizione verso il Continente. La Sardegna finì così sotto occupazione anglo-americana e nell’Isola non si sviluppò perciò il fenomeno della resistenza, a cui comunque parteciperanno individualmente molti sardi.


La Regione Autonoma della Sardegna

Nel dopoguerra, alla Sardegna venne riconosciuta una autonomia speciale, formalizzata con legge costituzionale n. 3 del 26 febbraio 1948.
Lo Statuto attribuì alla Regione competenze legislative e amministrative più ampie rispetto alle regioni a statuto ordinario, soprattutto in ambiti come finanza regionale, urbanistica, agricoltura e assistenza sociale, prevedendo anche una maggiore autonomia fiscale. I tentativi di modernizzazione dell’economia isolana portarono nel 1962 all’approvazione del Piano di Rinascita, che però non riuscì a porre le basi per una reale industrializzazione dell’Isola né a una riduzione del gap economico con il resto del Paese.

Fonti:

Breve Storia della Sardegna, Gianmichele Lisai e Antonio Maccioni

Sardegna Cultura https://www.sardegnacultura.it/categoria/storia

Attilio Mastino, la Sardegna nel mondo romano sino a Costantino

Manlio Brigaglia: La Sardegna nella seconda guerra mondiale


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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