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Quando la Sardegna fu austriaca: il passaggio dagli spagnoli agli Asburgo d’Austria
La Sardegna, nel corso della sua storia, ha conosciuto il governo di cartaginesi, romani, bizantini, pisani, genovesi per essere poi parte della Corona d’Aragona prima e, quindi, della Monarchia spagnola per arrivare infine ai Savoia. A inizio Settecento c’è stata anche una brevissima parentesi di cui, probabilmente, neanche la maggioranza dei sardi è a conoscenza: il governo austriaco o, meglio, asburgico dell’Isola, durato dal 1708 al 1720. Una dominazione che ha lasciato poche tracce visibili nella storia dell’Isola e che, proprio per questo motivo, è particolarmente interessante. Cronache Sarde ne ha parlato con Nicoletta Bazzano, professoressa associata di Storia moderna presso l’Università degli Studi di Cagliari, che ha dedicato un saggio, “La Sardegna degli Asburgo d’Austria”, proprio a questo peculiare periodo storico.
La guerra di successione spagnola
“È un periodo che ritengo particolarmente interessante non soltanto per la Sardegna, dal momento che si verifica un vero e proprio cambio di configurazione del mondo. In questo periodo la Monarchia spagnola, per motivi esclusivamente dinastici, cessa infatti di essere quella enorme estensione di territorio che comprendeva parti d’Europa, America e Asia. Lo smembramento dell’impero spagnolo portò a cambiamenti importanti, che furono particolarmente traumatici nei cosiddetti domini italiani”. Il fattore scatenante di tutti questi eventi fu di tipo dinastico: alla morte del re iberico Carlo II, senza figli né successori diretti, i candidati al trono erano Filippo di Borbone, duca d’Anjou (nipote del re francese Luigi XIV), e l’austriaco Carlo d’Asburgo. Il testamento era in favore del pretendente francese, che salì al trono nel 1700 con il nome di Filippo V, ma nel resto d’Europa si scatenò la paura di un eccessivo rafforzamento della Francia, in particolare da parte di Austria, Olanda e Inghilterra, che riconobbero come legittimo sovrano spagnolo Carlo d’Asburgo, scatenando una guerra che rapidamente divampò in tutta Europa a partire dal 1701.

Il ruolo della Sardegna
“Sostanzialmente abbiamo uno scontro tra due pretendenti al trono di Madrid, ma l’aspetto che oggi può apparirci curioso è che, in realtà, nessuno dei due era nato nella Penisola iberica o in un dominio della Monarchia. Filippo era profondamente francese, mentre Carlo era cresciuto a Vienna. Carlo III riuscì a portare dalla sua parte l’Inghilterra e il Portogallo, ovvero potenze che erano anche ingolosite dai possessi della Monarchia spagnola, che aveva ancora colonie in tutto il mondo. Bisogna infatti ricordare che l’inizio del Settecento fu un’epoca intrisa di colonialismo: da queste terre lontane giungevano prodotti esotici e rari, che assicuravano alle potenze coloniali proventi significativi. Dunque, anche gli avvenimenti in Sardegna di questi anni vanno inseriti in questo panorama internazionale”.
Nell’Isola, come del resto in tutta l’Italia spagnola, si assistette a una vera e propria spaccatura dei gruppi dirigenti, divisi tra l’appoggio al pretendente austriaco e quello francese. Particolarmente rilevante, da un punto di vista geografico e non solo, fu la decisione della Catalogna, a partire dal 1705. Proprio da Barcellona, visti anche i secolari legami con l’isola, furono avviati i contatti con i notabili sardi per favorire il passaggio della Sardegna al fronte austriaco. Dopo la presa della città di Lérida da parte delle forze franco-spagnole, i piani di Carlo d’Asburgo si fecero più decisi: “Per indebolire sia militarmente che economicamente l’esercito avversario, la Sardegna era ora più che necessaria, tanto più che si aveva notizia alla corte asburgica del buon raccolto che era stato ottenuto”, scrive la professoressa Bazzano nel suo saggio.
Il ruolo dei feudatari sardi
Si arrivò così, il 12 agosto del 1708, al bombardamento di Cagliari da parte della flotta inglese, che portò alla successiva capitolazione e alla proclamazione di Carlo d’Asburgo come re di Sardegna, dando così inizio ai 12 anni di regno austriaco. Un passaggio che ha fatto per molto tempo ritenere che in Sardegna covasse da tempo del malcontento verso la dominazione spagnola.
Ma l’opinione della professoressa Bazzano a proposito è netta: “Si tratta di un mito, i gruppi dirigenti sardi erano perfettamente inseriti nel sistema clientelare spagnolo. Anzi, gli ultimi decenni del Seicento furono di respiro per la Sardegna, che era stata invece stremata dalla guerra dei Trent’anni (1618-1648), un lungo periodo nel quale l’isola aveva dato assai più delle sue possibilità. Sicuramente la politica sarda del tempo era caratterizzata da frequenti disordini che molto spesso traevano origine da tensioni interne fra famiglie nobiliari. Il gruppo dirigente feudale sardo, insomma, non era mai stato particolarmente unito, dal momento che le fazioni erano quasi sempre in lotta tra loro. Ma spaccature analoghe le troviamo un po’ dappertutto, anche a Napoli, a Milano, in Sicilia, persino in Castiglia: era insomma una caratteristica del funzionamento delle società di antico regime. Questo non significa che ci fosse un particolare malcontento o, addirittura, che i sardi non si sentissero ispanici. Lo dimostra la resistenza della lingua castigliana nell’Isola, che durerà fino all’Ottocento, nonostante l’introduzione ufficiale dell’italiano sotto i Savoia”.
Ma cosa spinse i gruppi dirigenti sardi a schierarsi con il pretendente francese o austriaco? “Semplicemente, i notabili sardi si posizionarono su poli contrapposti, spesso perché le proprie famiglie erano nemiche da sempre, senza peraltro sapere se avessero puntato o meno sul cavallo vincente. Inoltre, è difficile affermare con certezza che ci fosse una contrapposizione netta tra una Cagliari legata al partito filoaustriaco e una Sassari più filo-francese. In realtà, nonostante alcune tendenze in questo senso, le cose erano molto più complicate di così. Dobbiamo pensare a famiglie che, nei limiti del possibile, si tenevano informate e tendevano a tutelare i propri interessi. Non abbiamo a che fare dunque con sprovveduti ma, piuttosto, con persone assolutamente consapevoli di come andava il mondo. I nobili sardi avevano i loro corrispondenti, i loro contatti per reperire informazioni e così via. Giocavano quindi consapevolmente nello scacchiere politico del tempo”.
Le caratteristiche del regno di Sardegna
La partita, lo ricordiamo, riguardava il Regno di Sardegna che, nonostante fosse governato dai regnanti che risiedevano altrove, restava un regno formalmente e sostanzialmente “autonomo”, con il proprio Parlamento (gli Stamenti), le proprie leggi (la Carta de Logu) e consuetudini peculiari. Non a caso, entrambi i contendenti nella guerra di successione spagnola, Filippo V e Carlo III, si proclamarono re di Sardegna. Nei dodici anni di dominio austriaco, dunque, la Sardegna non fu una provincia dell’impero austriaco (che, tra l’altro, fu proclamato tale solo in epoca napoleonica, con la dissoluzione del Sacro Romano Impero). “Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea che le monarchie di antico regime fossero delle monarchie nazionali. Si trattava piuttosto di monarchie composite, cioè i sovrani del tempo regnavano su diverse realtà, distinte da un punto di vista giuridico e legislativo, dotate di leggi e consuetudini tradizionali e peculiari. Ad esempio, in Sardegna, in linea di massima, la legge fondamentale in vigore era la Carta de Logu, che però non era certamente valida in Castiglia o altrove. Era insomma profondamente radicata la convinzione che ogni popolazione e ogni regno dovessero essere governati secondo le consuetudini e i privilegi ottenuti nel corso del tempo. I re dell’epoca, dunque, non facevano altro che mettersi sulla testa tutte queste diverse corone. Se si guardano due realtà geograficamente molto vicine, come la Sicilia e la Sardegna, si scopre come nel lungo periodo spagnolo presentassero istituzioni di governo molto diverse. Difficilmente le leggi e le consuetudini potevano essere superate; quando però Filippo V riconquistò la Catalogna, che si era ribellata ed era passata a Carlo III, in virtù del diritto di guerra cancellò tutte le istituzioni autonome di quel territorio”.
Come fu governata la Sardegna sotto gli Asburgo
Ecco perché, nonostante si parli del periodo 1708-1720 come del periodo di dominazione austriaca della Sardegna, nell’Isola in quella dozzina d’anni si sentì poco o nulla parlare tedesco. Spiega ancora Bazzano: “Senza dubbio furono inviate nell’isola soltanto persone che sapessero lo spagnolo o, comunque, ispanici passati dalla parte di Carlo III, generalmente, ma non solo, catalani. Esisteva un problema linguistico assolutamente insormontabile: sarebbe stato inutile mandare un funzionario di lingua tedesca, non l’avrebbe capito nessuno. D’altra parte, va detto che tendiamo ad applicare al passato un concetto di nazionalità che è squisitamente ottocentesco. Molto spesso gli uomini delle classi dirigenti erano plurilingui ed erano caratterizzati da una mobilità che oggi fatichiamo a immaginare: persino alla corte di Vienna esisteva un “partito spagnolo”, ossia un gruppo che intratteneva relazioni e matrimoni con le famiglie nobiliari della penisola italiana e della penisola iberica. Quindi, ai nostri occhi, anche i gruppi dirigenti austriaci non ci sarebbero sembrati certo dei viennesi autentici. Ne consegue che, anche sotto il periodo degli Asburgo d’Austria, l’esercito presente nell’Isola era sostanzialmente ispanico. Peraltro, le truppe inviate da fuori erano numericamente limitate. La Sardegna, d’altra parte, non aveva una tradizione di occupazione militare: alla difesa partecipavano le famiglie feudali con i loro sottoposti e i loro subalterni. Gli scontri che avvennero nell’isola in questi anni furono perlopiù combattuti dalle famiglie nobiliari e dai loro seguiti”.
Come abbiamo scritto all’inizio, il periodo austriaco dell’isola è poco conosciuto, ma questo non significa che i funzionari asburgici in questi anni siano rimasti con le mani in mano. Alcune iniziative, soprattutto sul fronte economico, furono effettivamente avviate: “Forse il provvedimento più importante in questa fase fu l’imposizione del monopolio del tabacco. Fu un’iniziativa estremamente remunerativa per l’Austria, che aveva bisogno di soldi per la guerra, ma era anche un modo per spingere lo sfruttamento ottimale dei terreni. Naturalmente Vienna si prendeva i diritti doganali legati a questo commercio, ma si trattava comunque un sistema di gestione che dava possibilità anche agli imprenditori locali di godere di un certo benessere. In quegli anni si tentò anche di realizzare un servizio postale, ma i risultati non furono ottimali. Si tentò anche di costruire un arsenale, utilizzando il legno dei boschi sardi per costruire le navi, ma mettere in piedi un cantiere così complesso richiedeva un orizzonte temporale lungo, che l’amministrazione asburgica non ebbe di certo. D’altra parte, oggi tendiamo a immaginare queste dominazioni passate come presenze soffocanti e ramificate, ma in realtà molto spesso le amministrazioni non avevano le persone né i mezzi per mettere in atto un controllo capillare del territorio e avviare iniziative strutturate. Sostanzialmente anche l’amministrazione asburgica si appoggiò moltissimo ai gruppi nobiliari che erano passati sotto Carlo III”.

Il fugace ritorno alla Spagna e il passaggio ai Savoia
Tra l’altro, l’esperienza austriaca, in realtà, durò anche meno dei dodici anni ufficiali, perché nel 1717 l’isola tornò sotto il controllo dei Borbone franco-spagnoli, per effetto di una fortunata spedizione militare promossa da Madrid. Questo comunque non cambiò molto nello scacchiere internazionale, dal momento che la marina britannica isolò efficacemente la Sardegna. Si arrivò così al 1720, anno in cui la Corona del Regno di Sardegna passò ai Savoia. Questo però non significa che la corte di Vienna volesse disfarsi della Sardegna: “Dobbiamo fare un passo indietro: la guerra era stata quasi vinta dalla fortissima coalizione anglo-austriaca che controllava buona parte dell’Europa, ma intervenne una seconda vicenda dinastica a cambiare le carte in tavola. Carlo d’Asburgo era stato infatti scelto come pretendente al trono spagnolo perché figlio dell’imperatore del Sacro Impero, Leopoldo I, che però aveva già un successore designato, il fratello maggiore Giuseppe I, che regnò effettivamente a partire dal 1705. Ma alla morte di Giuseppe I, nel 1711, Carlo d’Asburgo ereditò tutti i domini di Casa d’Austria e anche il titolo di imperatore, assumendo peraltro il nome di Carlo VI. A questo punto, tra le corti europee tornò la paura che, come ai tempi di Carlo V nel Cinquecento, si formasse una corona troppo potente, capace di controllare sia i territori spagnoli sia quelli germanici. Ecco perché, progressivamente, tutti gli alleati si ritirarono e gli Asburgo d’Austria dovettero per forza trovare un compromesso con le potenze avversarie”.

Conclusioni: la Sardegna nella grande storia europea
I trattati di pace seguenti portarono al riconoscimento di Filippo V come re di Spagna, mentre l’Austria ottenne territori ed egemonia in Italia, scambiando poi la Corona di Sardegna con quella di Sicilia con i duchi di Savoia, una cessione mai digerita dalla Casa sabauda, anche se, a posteriori, la scelta non fu certo un errore. “La Sicilia era davvero troppo complicata da gestire dal Piemonte da un punto di vista logistico: c’era praticamente mezzo Mediterraneo da attraversare, mentre la Sardegna era ovviamente più facilmente raggiungibile. E, in ogni caso, i Savoia con la Sardegna continuavano ad avere un titolo regale, conquistato prima con l’acquisizione della Sicilia, cosa che li innalzava rispetto alla gran parte delle dinastie italiane e li proiettava nell’empireo nobiliare europeo”.
In definitiva, dal punto di vista storico, cosa insegna il breve periodo di dominazione degli Asburgo d’Austria? “Questa vicenda ci racconta una cosa per me estremamente importante, ossia che la storia sarda non va vista con autoreferenzialità. Piuttosto, va sempre inserita in un panorama più grande. Credere che la Sardegna abbia una sua piccola storia peculiare e che la grande storia si faccia altrove è assolutamente sbagliato. Anche vedere sempre la Sardegna come l’eccezione, dove il tempo si è fermato, è un errore, perché la Sardegna ha partecipato a tutto quello che si è svolto in Europa e le sue personalità hanno sempre fatto parte del mondo culturale del tempo, in qualsiasi epoca. In altre parole, la Sardegna non è assolutamente un’isola fuori dal tempo, come ben raccontano le vicende che si snodano attorno alla guerra di successione spagnola”, conclude Bazzano.
Per approfondimenti: “La Sardegna nel Settecento”, di Luciano Carta
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