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Donne nella Sardegna romana: storie, ruoli e testimonianze tra archeologia e storia

Che tracce hanno lasciato le donne dell’epoca romana vissute in Sardegna circa duemila anni fa? Se n’è parlato nel corso della seconda edizione di “Nuovi occhi sul passato”, un ciclo di appuntamenti organizzato da Università di Cagliari e Gruppo archeologico cagliaritano. In particolare, ad approfondire il tema “La donna in età romana”, è stata Anna Dessì, che ha svolto un’omonima tesi di laurea in Beni culturali e Spettacolo all’Università di Cagliari.

Donne invisibili? L’archeologia racconta la Sardegna romana al femminile

Dessì ha esordito evidenziando come, in linea generale, le fonti letterarie che ci parlano delle donne in ambito romano siano pochissime, dal momento che non abbiamo a disposizione testi scritti da autrici. Tutte le nostre fonti letterarie sono infatti state scritte da uomini, che raccontano soprattutto di patrizie e pochissimo di persone comuni, presentando soprattutto un’immagine femminile idealizzata, ovvero quella di una donna onesta e casta. In compenso, le fonti archeologiche – soprattutto quelle epigrafiche e funerarie – riescono a restituirci una serie di aspetti più oggettivi relativamente alla condizione di vita delle donne romane e devono dunque essere prese in considerazione per ottenere un quadro complessivo. Resta però indiscutibile come nel complesso la civiltà romana non avesse in grande considerazione il mondo femminile: le donne erano viste come “il sesso debole” e considerate poco razionali ed emotive, con un ruolo soprattutto riservato agli spazi domestici. In Sardegna, che a partire dal 238 a.C finì sotto il dominio romano e tale rimase per circa sei secoli, possiamo trovare una serie di testimonianze, archeologiche e letterarie, che permettono di svelare alcune istantanee sulla condizione femminile delle nostre antenate in questa epoca. E che sembrano permetterci di ipotizzare come, nonostante il forte condizionamento sociale che caratterizzava l’età romana, in certe circostanze le donne potessero avere un ruolo e un riconoscimento sociale di una certa consistenza.

La Grotta della vipera di Cagliari

Una prima testimonianza in tal senso arriva dal celebre sito della Grotta della Vipera di Cagliari (Sant’Avendrace), il monumento funerario dedicato alla nobildonna Attilia Pomptilla. Il sito fu costruito tra la fine del I e gli inizi del II secolo d.C da Cassio Filippo, il marito, che era stato esiliato da Roma in Sardegna. Qui sull’isola si era ammalato di malaria e Attilia aveva allora pregato gli dèi affinché prendessero la sua vita al posto di quella del marito. Miracolosamente Cassio Filippo guarì e Attilia perse invece la vita. Così, per ricordare la moglie e ringraziarla del sacrificio, Cassio Filippo decise di costruire questo fantastico monumento funerario, che era riccamente decorato con 14 Carmina, ovvero, elementi poetici scritti sia in latino che in greco che volevano onorare la figura di Attilia, sacrificatasi per amore del marito.

La vita delle donne comuni

Ma in Sardegna vi sono anche testimonianze di donne di condizione più umile: in particolare gli scavi di un’area presso Piazza della Repubblica a Cagliari, hanno portato alla luce tre sepolture. Nella tomba numero 3, sono infatti stati rinvenuti tredici spilloni, che inizialmente si pensava che facessero parte del corredo funebre di una matrona. In realtà si trattava probabilmente degli oggetti di lavoro utilizzati quotidianamente dalla defunta per prendersi cura di una matrona (capelli, trucco, ecc.) nell’ambito della professione di ornatrix (acconciatrice). Sempre relativamente alla condizione delle donne comuni, la ricerca archeologica ci restituisce una terracotta proveniente dalla necropoli di Monte Luna a Senorbì, raffigurante una suonatrice di fluato con un abito lungo fino ai piedi, che trova diversi riscontri in statuette analoghe rinvenute in Sicilia. La terracotta rinvenuta ci permette quindi di ricostruire la figura delle suonatrici di flauto, attive sia in riti religiosi che ad eventi sociali, come il simposio. Questa statuetta probabilmente raffigurava una liberta, una donna dei ceti medio-bassi, perché non era considerato dignitoso suonare la tibia da parte delle matrone, perché deformava il volto nel momento in cui si prendeva aria nelle guance. Inoltre, a partire dal primo secolo a.C ci fu un irrigidimento dei costumi morali romani e l’uso di questo strumento era considerato come connaturato alla prostituzione e quindi non era ritenuto consono per le matrone suonarlo. Gli unici strumenti considerati opportuni per le donne erano invece la cetra e la lira.

La Vestale Massima Flavia Publicia

Un’altra testimonianza che arriva da Porto Torres riguarda l’ambito del commercio, in cui la Sardegna – importante granaio per Roma – era sicuramente inserita, che ci arriva da una tabella immunitatis, una iscrizione in cui solitamente indicati benefici di cui godevano determinate persone. La tabella rinvenuta nelle acque di Porto Torres, ci informa dell’esistenza di imbarcazioni al servizio della Vestale Massima Flavia Publicia (vissuta nella metà del terzo secolo d.C.), per il trasporto di merci di grano e provviste dalla Sardegna verso Roma. Poiché Flavia Pubblicia ricopriva il ruolo di vestale massima, ovvero la massima sacerdotessa di Roma, non poteva essere coinvolta direttamente nel commercio, ma nella tabella si legge che un suo schiavo se ne occupava e che la nave era stata esonerata dal pagamento dei dazi portuali.

Su questa tabella, c’è da segnalare l’approfondimento di Rosanna Ortu, Professoressa associata di diritto romano all’ Università degli Studi di Sassari, nel saggio “Le immunità delle Vestali nella documentazione epigrafica di età imperiale: le tabellae immunitatis di Flavia Publicia”. Ortu scrive come “Le navi (il cunbus e la nave oneraria)76 di Flavia Publicia, pertanto, erano caricate di grano per l’Annona ed è per questo che l’imperatore Filippo l’Arabo (o un suo predecessore) aveva provveduto a concedere alla Vestale Massima l’immunità dal pagamento dei portoria per il frumento trasportato da Turris Libisonis verso Ostia. Ritengo si trattasse di una immunità personale, concessa principalmente per la tipologia della merce trasportata, e secondariamente anche per il prestigio della sacerdotessa agli occhi dell’Imperatore, sia e per il ministero religioso svolto e sia per le azioni di assistenza pubblica svolte dalla Vestale”. Infatti, non si deve scordare che il grano era utilizzato dalle sacerdotesse a scopi religiosi per la preparazione ad es. della mola salsa, che aveva una valenza unica di tipo sacrale per i sacrifici compiuti dalle sacerdotesse; oppure per la preparazione delle focacce rituali impastate dai fictores, aiutanti del collegio sacerdotale, utilizzate sempre a scopo sacrificale nelle cerimonie religiose officiate dalle Vestali”.

Gli anni della liberta Atte in Sardegna

In ogni caso la tabella testimonia un ruolo attivo della donna in ambito sociale, che – riprendendo il convegno del gruppo archeologico cagliaritano – sembra aver avuto anche Atte la liberta e amante di Nerone, non originaria della Sardegna, che abitò però nell’Isola dal 62 al 65 d.C. Atte aveva intrapreso una relazione con Nerone che non era stata approvata da Agrippina, madre del futuro imperatore. Al momento del secondo matrimonio di Nerone con Poppea la liberta era stata allontanata da corte e volontariamente era andata in esilio in Sardegna. Qui rimase fino alla morte di Poppea, per poi tornare a Roma e restare nuovamente vicina all’imperatore (Svetonio la definisce come “concubina”) fino alla congiura che lo uccise pochi anni dopo.
Come ha argomentato Dessì, nel suo soggiorno in Sardegna Atte si occupò dei latifondi imperiali che si trovavano nella zona di Olbia, insieme a tanti altri liberti che l’avevano raggiunta. È noto che fece costruire un’edicola dedicata a Cerere, circa nel 65 d.C. È stato infine rinvenuto anche un ritratto di Nerone rinvenuto a Olbia, che probabilmente aveva commissionato la stessa Atte.
Infine, tracce femminili sono molto presenti nell’area del sacro, in particolare per effetto dell’influenza orientale. Sotto l’imperatore Tiberio, infatti, si assistette all’arrivo in Sardegna di circa 4.000 liberti orientali che portarono con sè loro i loro culti, in particolare quello di Iside, che spesso finirono con il sovrapporsi alle precedenti divinità romane (Cerere, Afrodite, ecc). Testimonianze archeologiche di questo tipo sono state rinvenute in molti siti dell’isola, quali Porto Torres e Nora.



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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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