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Antonio Gramsci e la Sardegna: biografia, pensiero e rapporto con l’isola

Gramsci e la sardegna

Antonio Gramsci è, con tutta probabilità, il sardo più noto e studiato nel mondo: a distanza di quasi novant’anni dalla sua morte i suoi studi e le sue originali riflessioni sul marxismo continuano a riempire convegni, libri e iniziative politiche in ogni parte del globo. Ma, allo stesso tempo, questa sua profonda dimensione internazionale rischia di far passare in secondo piano il legame di Gramsci con la Sardegna, che pure è stato estremamente significativo nella sua formazione culturale e politica. In questo articolo di Cronache Sarde proviamo a ripercorrere la biografia dell’intellettuale comunista, tenendo come filo conduttore la sua relazione con la Sardegna.

Antonio Gramsci: le origini e la nascita in Sardegna

Antonio Gramsci nasce ad Ales (Cagliari) il 22 gennaio 1891, quarto di sette figli, nel contesto di una famiglia piccolo borghese. Il padre, Francesco Gramsci, non aveva origini sarde, ma era in realtà giunto nell’isola appena dieci anni prima della sua nascita. Era infatti nato a Gaeta, dove si era a sua volta trasferito il padre Gennaro, prima colonnello della gendarmeria borbonica e poi inquadrato nell’Arma dei carabinieri. Ancora meno noto al grande pubblico è come le origini della famiglia Gramsci fossero greco-albanesi: da almeno tre generazioni, prima che il nonno Gennaro si stabilisse a Gaeta, i Gramsci erano insediati a Plataci, in Calabria. Al contrario la madre, Giuseppina Marcias, era nata a Ghilarza nel 1861, era sarda (con lontane radici ispaniche) e appartenente a una famiglia benestante. In definitiva, la vicenda familiare di Gramsci ci restituisce il quadro di una mobilità territoriale delle persone che, soprattutto dopo l’unità d’Italia, si era fatta più intensa.

L’infanzia di Gramsci tra Ales, Sorgono e Ghilarza

Ci sono due eventi fondamentali nell’infanzia di Gramsci che ne segneranno profondamente il carattere e il pensiero degli anni a venire. Innanzitutto, le cattive condizioni di salute, ulteriormente esasperate dalla malformazione fisica di Antonio, probabilmente dovuta a una caduta. Poco utili si rivelano le visite specialistiche e l’applicazione di un busto: Gramsci resterà gobbo e afflitto perennemente dai dolori alla schiena. Non solo: a quattro anni è anche colpito da crisi emorragiche, tanto che i genitori lo credono in fin di vita e gli preparano una bara. Da notare che poco dopo la nascita di Antonio la famiglia si era trasferita a Sorgono (Nuoro), dove il padre era diventato responsabile dell’Ufficio del Registro a partire dall’autunno del 1891. Proprio a questo incarico è legato il secondo evento fondamentale dell’infanzia infelice di Antonio, con la politica che gioca un ruolo tutt’altro che marginale. Alle elezioni del 1897 il padre Francesco parteggia infatti per il candidato locale Enrico Carboni Boy, ma il vincitore della competizione risulta Francesco Cocco Ortu, che poco dopo diventerà persino ministro dell’Agricoltura. La scelta di campo “sbagliata” ha una conseguenza quasi immediata: un’ispezione all’ufficio del registro di Sorgono rileva un piccolo ammanco di denaro e Francesco Gramsci viene arrestato (sarà poi condannato a 5 anni, per poi essere riabilitato dopo la scarcerazione). L’evento precipita nella miseria la famiglia Gramsci, che si trasferisce a Ghilarza (dove vivono i parenti materni) e sopravvive soltanto grazie agli sforzi e all’abnegazione della madre.

La povertà e il lavoro: gli anni di Gramsci a Ghilarza

Antonio frequenta a Ghilarza le elementari, ma deve ben presto darsi da fare. Nel 1899 a Ghilarza viene istituito un ufficio del Catasto per revisionare le vecchie mappe catastali, sino a quel momento rilevate a vista. Gennaro, il fratello maggiore, viene assunto proprio al catasto di Ghilarza e, a partire dall’estate del 1902, dopo aver frequentato la quarta elementare, Antonio comincia ad aiutarlo. “Ho incominciato a lavorare da quando avevo 11 anni – racconterà in seguito alla cognata Tatiana – guadagnando ben 9 lire al mese […] per 10 ore di lavoro al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo”.

Una volta concluse le classi elementari, con il padre ancora in carcere, Antonio sembra non avere la possibilità di proseguire più gli studi. Questo ostacolo accende in lui la prima miccia di rabbia sociale, contro i ricchi “perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante in tessuti”.  Nel periodo tra il 1903 e il 1905 continua gli studi privatamente ma, successivamente, viste anche le attitudini dimostrate, la famiglia decide di affrontare degli enormi sacrifici perché Antonio continui gli studi nel vicino ginnasio di Santu Lussurgiu. Nei tre anni del ginnasio, vive a pensione da una contadina durante la settimana; il sabato e la domenica rientra a casa, distante diciotto chilometri, a piedi o in diligenza.

Gramsci a Cagliari: gli studi e la formazione politica

Poco dopo avviene il primo impatto con una realtà cittadina: il fratello Gennaro trova lavoro a Cagliari come contabile in una fabbrica di ghiaccio e, alla fine del 1908, Antonio lo raggiunge per proseguire gli studi e frequentare il Liceo Dettori. Le condizioni di vita dei due fratelli Gramsci sono però tutt’altro che semplici: con le cento lire di stipendio del fratello devono campare in due e Antonio deve pagarsi anche i libri. Per contribuire alle spese scolastiche, il giovane Gramsci fa lavori di contabilità e dà lezioni private, ma le sue condizioni finanziarie restano disastrose, come appare da alcune lettere al padre. “Oggi non sono andato a scuola perché mi son dovuto risuolare le scarpe…Questo Carnevale non sono uscito un momento di casa”, “quando sono andato a Ghilarza per Pasqua ero indecente, come hai detto tu stesso… per non farvi vergognare non sono uscito di casa per dieci giorni interi. Allora ero indecente, adesso che è passato un altro mese e mezzo, e sono cresciute le piaghe, non sono più indecente ma sudicio e stracciato… Non vado a scuola perché non ho un vestito pulito da potermi mettere”.

Proprio in questo frangente difficile avviene la prima fase di formazione politica di Gramsci, in una città che proprio in quegli anni era caratterizzata da rivendicazioni sociali e salariali, come dimostrano i moti del 1906 per il pane e contro il carovita, repressi poi duramente. A introdurre Antonio alle idee del movimento operaio è sempre il fratello Gennaro, prima cassiere della Camera del Lavoro e poi segretario della sezione socialista. In questi anni il giovane Gramsci frequenta gli ambienti socialisti cagliaritani, partecipando attivamente ai dibattiti politici e scrive anche qualche articolo per “L’Unione Sarda”, allora aperto alle istanze popolari e arricchisce la sua formazione con numerose letture.

Da Cagliari a Torino: la svolta nella vita di Gramsci

Un decisivo cambiamento avviene nel 1911 quando, per proseguire gli studi dopo la licenza liceale, Gramsci lascia la Sardegna, destinazione Torino. Da quel momento in poi non vivrà più nell’Isola, ritornandoci soltanto sporadicamente. L’arrivo nel capoluogo piemontese è legato alla vincita di una borsa di studio per gli studenti disagiati delle ex-province del Regno di Sardegna, beneficiando di un sussidio di 70 lire mensili; Gramsci può così frequentare alla facoltà di lettere il corso in filologia moderna. L’altro studente proveniente da una scuola sarda vincitore della borsa di studio è un ragazzo destinato a fare un’enorme carriera nel Partito Comunista italiano, Palmiro Togliatti: “Antonio ed io – ricorda Togliatti – ci incontrammo a Torino, sotto il bel portico del cortile dell’università […] Eravamo entrambi concorrenti a una borsa di studio del cosiddetto “Collegio del le province” […] e riuscimmo entrambi vincitori. Si ricevevano settanta lire al mese per dieci mesi dell’anno; si era tenuti alla frequenza e a non dare esami fuori corso. Oltre a questo, non possedevamo nulla e non avevamo risorsa alcuna, nè lui né io”.

In effetti i primi anni trascorsi a Torino sono estremamente difficili, sia per la miseria economica che per l’aggravarsi dell’esaurimento nervoso. Come scrive infatti in una lettera al padre “Queste settanta lire sono assolutamente insufficienti e lo proverò con dati di fatto: per quanto abbia girato non ho potuto trovare una camera per meno di 25 lire: come quella dove sto ora; da 70 tolgo 25 e rimangono 45 lire, con le quali devo mangiare, pensare alla pulizia della biancheria (non meno di 5 lire tra lavatura, stiratura, ecc.), al lucido per le scarpe, alla luce per la stanza, alla carta, penne, inchiostro per la scuola, che sembra poco eppure bisogna pagarlo con 40 lire! … per pranzare non meno di 2 lire alla più modesta trattoria, come quella dove fino a pochi giorni fa mangiavo e mi davano un piattino di maccheroni per 60 centesimi e una bistecca sottile come una foglia per altrettanto, sicché dovevo mangiarmi 6 o 7 panini e avevo più fame di prima”.  In questa fase il giovane Gramsci si appassiona alla glottologia, tanto da compiere alcuni studi personali sul dialetto sardo.

Gramsci e il socialismo: l’ingresso nella politica

Nonostante le difficoltà economiche e di salute, continua la sua formazione politica: nella primavera del 1913, in occasione dello sciopero dei metallurgici della FIOM, Gramsci entra in contatto con gli ambienti operai torinesi. Si iscrive così al Partito Socialista Italiano (PSI), schierandosi ben presto con la frazione della sinistra rivoluzionaria. “Per Gramsci l’adesione al movimento socialista è innanzitutto una scelta di campo nella lotta, uno schierarsi nettamente da una precisa parte della barricata, dalla parte dei lavoratori e delle masse sfruttate. In una situazione di grandi sconvolgimenti storici, con l’esplodere di una guerra che porterà al massacro tanti lavoratori, l’impegno politico di Antonio Gramsci si fa totale, già nel 1915, avrà abbandonato totalmente gli studi per dedicarsi al lavoro giornalistico e alla militanza attiva nei circoli operai di Torino”, scrive Leonardo Rapone.

La formazione politica di Gramsci durante la Prima guerra mondiale

Proprio poco dopo lo scoppio della prima guerra mondiale – nei mesi in cui l’Italia è ancora neutrale – Gramsci pubblica su Il Grido del popolo del 31 ottobre 1914 il suo primo scritto politico “Neutralità attiva ed operante”, in cui proponeva come la linea di neutralità del PSI non si limitasse soltanto a un’inerzia passiva di fronte agli eventi, ma fosse il punto di partenza per preparare la rivoluzione proletaria.  Oltre a scrivere su “Il Grido del Popolo” Gramsci negli anni del conflitto firma articoli anche sulla pagina torinese dell’Avanti, quotidiano ufficiale del PSI.

Insieme ad Angelo Tasca e Palmiro Togliatti fonda poi una rivista di cultura socialista, intitolata la Città futura, dove pubblica uno dei suoi contenuti più celebri, precursore di tutto il pensiero gramsciano relativamente al ruolo degli intellettuali nella società. “Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”…

Gli anni della guerra sono cruciali: la Rivoluzione russa del 1917 manda al potere per la prima volta nel mondo i movimenti marxisti e operai, instaurando la dittatura dei Soviet. Questo avvenimento epocale segna la visione politica di Gramsci, che esalta in vari articoli la Rivoluzione russa e Lenin, collabora attivamente ad organizzare una manifestazione per accogliere una delegazione di Pietrogrado, che arriva a Torino nel luglio del 1917. Ancora più rilevante è il celebre articolo “La rivoluzione contro il capitale” del 1° dicembre 1917, in cui Gramsci evidenzia come avendo preso il potere in un paese a basso sviluppo capitalistico, i bolscevichi russi avevano certamente ignorato le previsioni di Marx. Ma “Marx ha preveduto il prevedibile. Non poteva prevedere la guerra europea, o meglio non poteva prevedere che questa guerra avrebbe avuta la durata e gli effetti che ha avuto. Non poteva prevedere che questa guerra, in tre anni di sofferenze indicibili, avrebbe suscitato in Russia la volontà collettiva popolare che ha suscitata”.

Gramsci e L’Ordine Nuovo: il ruolo dei Consigli di fabbrica

Terminata la guerra (autunno 1918), Gramsci nel 1919 si fa promotore del settimanale “L’Ordine Nuovo”, della cui redazione fanno parte Angelo Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini. L’Ordine Nuovo rapidamente si impone come il giornale dei Consigli di fabbrica, ovvero il tentativo rivoluzionario di far governare le fabbriche direttamente dagli operai, un po’ come accaduto nella Russia dei soviet, anche se con una rielaborazione autonoma. L’obiettivo fondamentale dei consigli di fabbrica, secondo Gramsci, era infatti sostanzialmente quello di realizzare “l’autonomia industriale” della classe operaia. I Consigli avrebbero però dovuto organizzare non soltanto gli operai delle grandi fabbriche, ma anche i piccoli artigiani e i contadini poveri, riuniti in Consigli territoriali.  Il gruppo de “L’Ordine Nuovo” rimane però una formazione locale, radicata soprattutto a Torino e Piemonte.

Da registrare che in questi anni Gramsci si fa promotore di una azione politica fra i militari sardi: “Posti di fronte al dilemma siete voi, poveri diavoli sardi, per un blocco coi signori di Sardegna che ci hanno rovinato e sono sorveglianti locali dello sfruttamento capitalistico o siete per un blocco con gli operai rivoluzionari del continente che vogliono abbattere tutti gli sfruttamenti ed emancipare gli oppressi?”, scriveva Gramsci.

La nascita del Partito Comunista d’Italia e la vita privata

Nel 1920 L’Ordine Nuovo” pubblica il documento formulato da Gramsci “Per un rinnovamento del Partito socialista” che di fatto prefigura la nascita nel 1921 del Partito Comunista d’Italia, su impulso dell’Internazionale comunista controllata da Mosca. Ma la vita nel neonato partito non è inizialmente semplice per Gramsci, tanto che per alcune “sfumature” sarà escluso dall’Ufficio Politico e troverà oppositori persino alla sua elezione nel Comitato centrale. Nel settembre del 1922, vola a Mosca per rappresentare il partito nell’esecutivo dell’internazionale e, una volta conclusi i lavori, resta per diversi mesi in un sanatorio locale. Qui incontra la sua futura moglie, Giulia Schucht, figlia di un oppositore antizarista, nata a Ginevra, diplomatasi a Roma in violino all’Accademia di Santa Cecilia e successivamente rientrata in Russia al momento della rivoluzione bolscevica. Nel 1923 i due iniziano una relazione, che porta nel 1924 alla nascita del primo figlio Delio e nel 1926 di Giuliano, che Gramsci – già prigioniero del regime fascista – non conoscerà.  La relazione coniugale tra i due non sarà però semplice, in particolare dopo la carcerazione Gramsci sarà assistito soprattutto dalla sorella di Giulia, Tatiana, soffrendo per il distacco mostrato dalla moglie (a sua volta afflitta da problemi di salute e coinvolta nel pesante clima di sospetti e paure della Russia staliniana).

L’Unità e la Repubblica federale degli operai e dei contadini

Sul piano culturale, è estremamente rilevante in questa fase la fondazione del quotidiano l’Unità, che arriverà sino ai giorni nostri. Il primo numero è del 12 febbraio 1924, ma l’idea risale già al 1923.  L’obiettivo è quello di fondare un giornale prettamente di partito ma “un giornale di sinistra, della sinistra operaia, rimasta fedele al programma ed alla tattica della lotta di classe”.  Gramsci prosegue poi la sua personale rielaborazione del marxismo-leninismo, arrivando a prefigurare per l’Italia una “Repubblica federale degli operai e contadini” che dovrà adattare la formula rivoluzionaria del governo operaio e contadino alla situazione italiana. L’assetto istituzionale immaginato da Gramsci rompe decisamente con il centralismo imposto dal Piemonte dopo l’unificazione italiana e si spinge a immaginare uno stato federale composto da cinque entità: la repubblica del Nord, la repubblica del Sud, la repubblica del Centro, la repubblica siciliana e la repubblica sarda. Una formula che viene incontro alle idee dell’autonomismo e che, seppure con qualche distinguo, è apprezzata anche dal sardista Emilio Lussu. E che guarda alla questione meridionale: “Gramsci assume una visione politica nuova e costruisce il partito italiano sulla base di una fondamentale intuizione: la strategia che porterà al potere gli operai e i contadini sarà la stessa in ogni paese, ovvero i principi ideologici del bolscevismo sono validi sempre, ma in ogni paese il processo rivoluzionario avrà caratteri diversi che corrispondono alla storia e all’esperienza specifica di ciascun terreno nazionale e di ciascun partito”, scrive Fiamma Lussana.

Gramsci contro il fascismo: dal delitto Matteotti all’arresto

Nell’aprile del 1924 Gramsci è eletto deputato in una circoscrizione del Veneto e può quindi rientrare in Italia dopo due anni di assenza. Si tratta delle elezioni vinte dal Partito Nazionale Fascista con la Legge Acerbo e caratterizzate da un clima di violenze contro le opposizioni, subito denunciate in Parlamento dal deputato socialista Giacomo Matteotti, che pagherà il suo coraggio con la vita. Dopo il delitto, il Partito Comunista partecipa al Comitato delle opposizioni e all’assemblea dell’Aventino che raggruppa tutti i parlamentari antifascisti. Lo stesso Gramsci propone una linea d’azione fondata sulla totale mobilitazione delle masse, chiedendo che l’Aventino si assuma tutte le prerogative del Parlamento e che il Comitato delle opposizioni operi coi poteri di un governo, anche attraverso la formula dello sciopero generale. Ma i tentennamenti delle opposizioni permettono al fascismo di sopravvivere al momento difficile, tanto che il 3 gennaio 1925 Mussolini con il celebre discorso “Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere”, scatena la repressione contro tutti i partiti, dando vita a una dittatura conclamata e dichiarata. Nei mesi precedenti ha luogo l’ultimo viaggio documentato di Gramsci in Sardegna: il 20 ottobre 1924, scrivendo alla moglie, annuncia il suo imminente viaggio, per presiedere il Congresso provinciale del partito che si terrà il 26 in località Is Arenas a Cagliari, fra le saline e Quartu.

L’arresto di Gramsci e gli anni della prigionia

Dopo l’introduzione delle leggi fascistissime, il Partito Comunista agisce ormai sostanzialmente nella clandestinità; il terzo congresso di Lione, del gennaio del 1926, portò all’elezione di Gramsci come segretario del partito, scalzando così Bordiga. Nei mesi successivi l’intellettuale sardo, che dopo la fine dell’esperienza dell’Aventino aveva ripreso il suo posto in Parlamento, valuta seriamente la possibilità di espatriare. E, anzi, l’espatrio sarebbe dovuto avvenire proprio nei giorni in cui ci fu poi l’arresto: il 31 ottobre 1926 Gramsci viaggiò da Roma a Milano, con l’intenzione di proseguire poi per Genova per partecipare a una riunione clandestina del Comitato Centrale del Partito e poi lasciare l’Italia illegalmente (probabilmente il 4 novembre). Il viaggio di Gramsci, tuttavia, è interrotto dal fallito attentato a Mussolini avvenuto a Bologna proprio quello stesso giorno, che fu immediatamente seguito da gravi violenze perpetrate in tutta Italia da gruppi fascisti contro gli oppositori del regime. In questo contesto caotico e gravido di tensione, Gramsci, poco dopo il suo arrivo a Milano, fa ritorno a Roma (o probabilmente deve, su indicazione dalla Polizia), dove prosegue la sua attività di parlamentare, tanto da partecipare a una riunione con gli altri deputati comunisti il giorno stesso del suo arresto, l’8 novembre. L’indomani il parlamento fascistizzato avrebbe dovuto approvare la decadenza dei parlamentari aventiniani, ma Gramsci e i suoi colleghi di partito erano comunque convinti che il provvedimento non li avrebbe riguardati (dal momento che avevano ripreso a partecipare alle attività del Parlamento). Invece, in sfregio all’immunità parlamentare vigente, Gramsci è arrestato intorno alle 22.30 presso la casa della famiglia Passarge, dalle parti di Porta Pia, dove aveva in affitto una stanza sin dal 1924.

Da notare che il 14 ottobre, per incarico dell’Ufficio politico del Pcd’I, Gramsci scrive e invia a Togliatti, che si trova a Mosca, una lettera indirizzata al Comitato centrale del Partito comunista sovietico nella quale esprime il timore che la lotta all’interno di quel partito, con la divisione fra una maggioranza vicina a Stalin e una minoranza trotskista, possa portare a un esito devastante per il destino della rivoluzione mondiale. “Compagni, voi siete stati, in questi nove anni di storia mondiale, l’elemento organizzatore e propulsore delle forze rivoluzionarie di tutti i paesi: la funzione che voi avete svolto non ha precedenti in tutta la storia del genere umano che la uguagli in ampiezza e profondità. Ma voi oggi state distruggendo l’opera vostra, voi degradate e correte il rischio di annullare la funzione dirigente che il partito comunista dell’URSS aveva conquistato per l’impulso di Lenin; ci pare che la passione violenta delle quistioni russe vi faccia perdere di vista gli aspetti internazionali delle quistioni russe stesse, vi faccia dimenticare che i vostri doveri di militanti russi possono e debbono essere adempiuti solo nel quadro degli interessi del proletariato internazionale”.  Un passaggio sicuramente sgradito agli stalinisti e che, forse, spiega la complicata relazione con la moglie e un certo raffreddamento dei rapporti con i compagni di partito negli anni della prigionia. 

I Quaderni del carcere e l’eredità culturale di Gramsci

Dopo l’arresto Gramsci è deportato al confino di Ustica in dicembre, raggiunto da mandato di cattura e trasferito al carcere di San Vittore (Milano) in gennaio. Nel 1928 si tiene il processo del Tribunale speciale di regime, che porterà alla condanna a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni per attività cospirativa, istigazione della guerra civile, apologia di reato e incitamento all’odio di classe. Destinato in un primo momento al carcere di Portolongone, per motivi di salute Gramsci è assegnato alla Casa penale speciale di Turi (Bari), dove riceve la matricola 7047. A Turi rimane sino al 1934 quando, per un ulteriore deterioramento delle sue condizioni di salute, viene trasferito con la formula della libertà condizionale prima in una clinica di Formia e poi nel 1935 in quella di Quisisana (Roma), dove riacquista la piena libertà il 21 aprile del 1937. Ma non fa in tempo ad apprezzarla: il 25 aprile è colto da un’emorragia cerebrale, che lo porta alla morte il 27 aprile 1937. Per sua volontà è cremato e le sue ceneri sono prima inumate al cimitero del Verano di Roma e poi a quello degli inglesi, dove si trovano tuttora.

Proprio al periodo della prigionia dobbiamo la sua maggiore eredità culturale: i Quaderni del carcere, scritti a partire dall’8 febbraio 1929 innanzitutto per portare avanti – almeno nel campo delle idee e del pensiero – quella lotta politica dalla quale era escluso per la prigionia. Ma che non disperava di portare avanti in futuro: Gramsci era al corrente dell’esistenza di complicate trattative diplomatiche tra l’URSS e il regime fascista con la mediazione del Vaticano, che però non andarono oltre la concessione della libertà condizionata nel 1934, con la salute dell’intellettuale già compromessa.

Gramsci e la Sardegna: la questione sarda nel suo pensiero

Impossibile è tratteggiare in questa biografia divulgativa lo sconfinato pensiero politico di Gramsci. Dal momento che Cronache Sarde è un portale che si propone di raccontare la storia della Sardegna, ci limitiamo a segnalare qualche riflessione legata al rapporto dell’intellettuale con la sua terra nativa. Un rapporto che è stato tutt’altro che marginale, in particolare relativamente all’arretratezza isolana, che non fu per Gramsci soltanto un ricordo di infanzia e adolescenza, ma anche elemento di studio e di denuncia. “Perché non si può ricordare – scriveva sull’Avanti piemontese – che i minatori sardi sono pagati con salari di fame […], che spesso si riducono a mangiare le radici per non morire di fame? Perché deve essere proibito ricordare che due terzi degli abitanti della Sardegna […] vanno scalzi d’inverno e d’estate, tra le spine e i letti di torrente che tengono posto di strade […] che nello Stato italiano, la Sardegna dei contadini, dei pastori e degli artigiani e trattata peggio della colonia Eritrea, in quanto lo Stato “spende” per l’Eritrea, mentre sfrutta la Sardegna […] ?”.

Poco più tardi, si distinguerà dai sardisti per proporre una chiara soluzione socialista alla questione sarda, dando ai lavoratori isolani il potere sull’economia: “Espropriando i grandi capitalisti, il socialismo farà sì che le miniere dell’Iglesiente siano dei sardi e non degli inglesi, che le ferrovie sarde siano dei sardi e non dei capitalisti torinesi, che le grandi tancas siano dei contadini sardi e non di proprietari francesi o italiani del continente, che i caseifici sardi siano dei pastori sardi e non dei capitalisti romani o dell’Isola di Ponza” (“La Sardegna e il socialismo”, Avanti!, 13 luglio 1919).

In altri passaggi, in una lettera alla sorella Teresina del 1931, riflette sul fatto che la storia della Sardegna è “La storia di una regione che ha appartenuto a molti dominatori e che non ha avuto una storia propria”. Oltretutto, osserva altrove Gramsci  ‘In Sardegna la classe dei grandi proprietari terrieri e tenuissima, non svolge nessuna funzione e non ha le antichissime tradizioni culturali, intellettuali e governative del Mezzogiorno continentale”. Curioso che Gramsci, con lo pseudonimo di Giuseppe Marcias (definitosi ex sardista) pubblichi un articolo su «L’Unità» il 26 febbraio 1924, secondo cui «i sardi, popolo demograficamente e politicamente debole, non possono liberarsi degli oppressori (che d’altronde non sono tutti in Sardegna, ma i più potenti e grossi sono nel continente) se non si alleano al partito più rivoluzionario del continente».

In una lettera scritta dal carcere nel 1927 traspare l’interesse profondo verso l’isola e le sue tradizioni: “Quando ti capita mandami qualcheduna delle canzoni sarde che cantano per le strade i discendenti di Pirisi Pirione di Bolotana e se fanno, per qualche festa, le gare poetiche, scrivimi quali temi vengono cantati. La festa di S. Costantino a Sedilo e di S. Palmerio, le fanno ancora e come riescono? La festa di S. Isidoro riesce ancora grande? Lasciano portare in giro la bandiera dei quattro mori e ci sono ancora i capitani che si vestono da antichi miliziani? Sai che queste cose mi hanno sempre interessato molto; perciò scrivimele e non pensare che sono sciocchezze senza cabu né coa”

In un’altra lettera del 1928 al fratello Carlo ci sono riflessioni anche sul tema della delinquenza: “Devi sempre mandarmi notizie di Ghilarza: esse sono molto interessanti e significative. Mi pare che se ne possa trarre questa conclusione. Mentre prima, in Sardegna, c’era una delinquenza di carattere prevalentemente occasionale e passionale, legata in modo indubbio ai costumi arretrati e a punti di vista popolari che se erano barbarici conservavano tuttavia un qualche tratto di generosità e di grandezza, ora invece si va sviluppando una delinquenza tecnicamente organizzata, professionale, che segue piani prestabiliti, e prestabiliti da gruppi di mandanti che talvolta sono ricchi, che hanno una certa posizione sociale e che sono spinti a delinquere da una perversione morale che non ha niente di simile con quella del classico banditismo sardo. È un segno dei tempi dei piú caratteristici e significativi. Cosí è significativo il diffondersi dei suicidi”.

In definitiva, come conclude Fiamma Lussana nel suo saggio, ”Gramsci ha vissuto in Sardegna circa meta della sua breve esistenza. E gli anni sardi sono quelli meno studiati nella sua biografia politica e intellettuale, come se ci fosse una frattura profonda e incolmabile fra l’infanzia e l’adolescenza, segnate dalla fame e dalla miseria, i primi studi compiuti a Ghilarza e poi nello scalcinato ginnasio di Santu Lussurgiu e al liceo Dettori di Cagliari, e la vita nel continente, dove giungerà a vent’anni, alla fine del 1911, per frequentare la Facoltà di lettere all’Università di Torino. In realtà Gramsci è rimasto sardo per tutta la vita. E il sardismo, la sua cultura regionalistica da triplice o quadruplice provinciale, avranno un peso enorme non solo nella sua riflessione sulla quistione meridionale come quistione nazionale, ma anche nello sviluppo della sua idea politica. Anzi, per quanto sembri un paradosso, e proprio la coscienza critica della povertà, a dare profondità e concretezza alla sua elaborazione, a spingerlo a trasformare la riflessione sulla questione contadina sarda e sugli intellettuali della sua terra in un problema nazionale”.

Conclusioni

Gramsci è stato uno dei grandi protagonisti dell’Italia del Novecento e la sua eredità culturale e filosofica è arrivata sino ai giorni nostri, fornendoci chiavi significative anche per interpretare il presente. Per comprendere appieno la sua parabola politica e umana è però necessario prendere pienamente in considerazione i suoi anni in Sardegna, caratterizzati dalle difficoltà economiche della famiglia e da un’arretratezza complessiva dell’isola, ma anche da fermenti sociali decisamente importanti.

Un vissuto che ha senz’altro contribuito in maniera decisiva alla formazione del suo pensiero, instillando nel giovane Gramsci quel primordiale istinto di ribellione contro le ingiustizie che confluì in seguito nell’adesione alla causa socialista. E anche nella fase successiva della sua vita, vissuta tra l’Italia, la Russia e il carcere, la profonda conoscenza delle condizioni della Sardegna costituì un importante punto di riferimento per l’originale adattamento del pensiero marxista-leninista alla situazione italiana, come dimostra l’attenzione riservata alla questione meridionale e al ruolo della classe contadina.

FONTI

  • *Biografia a cura di Maurizio Nocera sulla base di una biografia di Antonio Gramsci tracciata da Fosco Dinucci nel libro Scritti nella lotta, Edizioni Gramsci, LIVORNO 1977
  • – Gramsci e la Sardegna. Socialismo e socialsardismo dagli anni giovanili alla grande guerra, Fiamma Lussana
  • – Gramsci e la questione sarda, Antonello Mattone
  • – Gramsci giovane: la critica e le interpretazioni, Leonardo Rapone
  • – Giuseppe Vacca, biografia all’interno dei quaderni del carcere editi dall’Unione Sarda
  • – quadernidalcarcerewordpress.com
  • Umberto Cardia: l’ultimo protagonista nella linea federalista sarda fra Gramsci, Lussu e Laconi
  • Alle origini del Partito Comunista di Sardegna. Il Pci, il sardismo, il Pcs (1921-1944)


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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