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L’8 settembre in Sardegna: perché l’esercito italiano non attaccò i tedeschi?

La Seconda guerra mondiale non ha di certo risparmiato la Sardegna, che tra il 1940 e il 1943 è stata sottoposta a pesanti bombardamenti aerei che hanno fatto vere e proprie stragi di civili e distrutto le sue principali città. L’Isola, però, non ha mai visto uno sbarco delle truppe angloamericane e, soprattutto, dopo l’8 settembre (data dell’armistizio tra Italia e alleati) non ha quasi più conosciuto combattimenti. Infatti, pochi giorni dopo l’armistizio– al netto di alcuni scontri limitati – le truppe tedesche abbandonarono l’Isola in maniera ordinata, conservando armamenti ed effettivi e senza affrontare uno scontro continuativo con le forze italiane. Ma perché l’esercito tedesco fu lasciato sgomberare senza combattere? E come mai gli angloamericani non intervennero? E quanto ha pesato questa mancata resistenza sulla storia recente della Sardegna?

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Settembre 1943: gli eserciti italiano e tedesco nell’Isola

Partiamo dalle basi, ovvero dalla situazione sul campo nel settembre del 1943: Mussolini era caduto già da un mese e mezzo, liquidato dalla Corona e dai suoi ex gerarchi dopo un triennio di guerra fallimentare, che aveva portato alla perdita di tutte le colonie africane e al predominio sui cieli degli alleati nel territorio nazionale. Il successore, il generale Badoglio, aveva manifestato pubblicamente la volontà di continuare la guerra a fianco della Germania, ma sottobanco intavolò immediatamente delle trattative per arrivare a un armistizio. I tedeschi, consapevoli del probabile cambio di schieramento dell’alleato, fecero affluire dal Brennero numerose divisioni, puntando a prendere possesso della Penisola e a tenere quanto più lontano possibile dai confini tedeschi le forze alleate.
In questo contesto la Sardegna si trovava in una posizione tutt’altro che marginale nello scenario bellico europeo anche se, dopo la sconfitta in Africa, i comandi angloamericani avevano preferito optare per uno sbarco in Sicilia. Ma l’Asse, anche a causa dei continui depistaggi, dovette per forza mantenere una notevole forza militare anche in Sardegna. Agli ordini del generale Basso, comandante delle forze armate dell’isola, erano presenti circa 132.000 uomini, sparsi specialmente in posizioni di difesa costiera: a sud il XIII corpo d’Armata, con sede a Nuraminis, aveva alle dipendenze la Divisione di fanteria «Sabauda», la 203ª e 205ª Divisione Costiera; a nord, il XXX corpo d’Armata, di stanza a Sassari, era composto dalla Divisione di fanteria «Calabria», dalla 204ª Divisione costiera, dalla IV Brigata costiera e dal 19° Reggimento costiero; a queste unità bisognava aggiungere i reparti dell’Aviazione e della Marina nonché una massa di riserva mobile costituita dalle divisioni «Bari» e «Nembo». All’interno di questo contingente vi era un alto numero di soldati sardi, molti dei quali arrivarono nei primi mesi del 1943. Di dimensioni molto più ridotte era la forza tedesca, concentrata nella zona centrale dell’isola: si trattava della 90.ma divisione corazzata comandata dal generale Lungerhausen, composta dai resti di alcuni reggimenti dell’Afrika Korps di Rommel. Sulla reale consistenza di questa unità gli storici non concordano (c’è chi parla di 20.000 soldati, chi di 30.000, è possibile che le forze tedesche arrivassero a 25.800 unità contando gli avieri della Luftwaffe). La Panzer division, ovviamente, poteva contare su un certo quantitativo di carri armati (una sessantina), un numero però decisamente inferiore rispetto a quanto stimato dal generale Basso (200-300 unità) ma comunque capaci di creare notevoli danni.

Perché gli italiani non attaccarono i tedeschi?

In sostanza, un eventuale attacco ai tedeschi dopo l’armistizio avrebbe comportato senza dubbio una battaglia vera e propria, in cui gli italiani avrebbero forse potuto prevalere (grazie alla superiorità numerica) ma a costo di migliaia di vittime. Le forze naziste, dal canto loro, non avevano nessuna intenzione di trincerarsi nell’Isola per rallentare l’avanzata alleata, come invece faranno con discreto successo (in termini prettamente militari) nella Penisola nel 1943-45: con un numero così ridotto di forze, in un’isola al centro del Mediterraneo e potenzialmente esposta da tutti i lati agli attacchi angloamericani, la Sardegna era chiaramente indifendibile e dunque ai Comandi della Wehrmacht non rimaneva che l’evacuazione di uomini e mezzi. Ma soprattutto: l’esercito italiano in Sardegna sarebbe stato davvero pronto e disposto a dare battaglia contro gli ex alleati? Secondo Carla Cossu, autrice del libro “L’estate delle spie. I Servizi segreti americani in Sardegna nel 1943″, nel settembre 1943 una buona parte degli ufficiali italiani continuava a conservare simpatie fasciste e vedeva nei tedeschi degli alleati. Basti pensare che, in quei giorni convulsi, si ebbe l’ammutinamento di buona parte degli uomini della divisione Nembo, che alla fine avrebbe evacuato l’isola proprio insieme alle forze naziste. A pagare con la vita sarà il vice-capo di Stato Maggiore, il colonnello Alberto Bechi Luserna, che aveva tentato di opporsi alla decisione dei ribelli di continuare la guerra a fianco degli “alleati”.
Per spiegare il comportamento delle forze armate di stanza in Sardegna occorre poi considerare che all’indomani dell’armistizio la deportazione del milione di militari internati in Germania non era ancora avvenuta né tantomeno qualcuno sapeva dell’esistenza dei lager nazisti. La stessa popolazione sarda, in buona misura, per effetto di anni di propaganda di guerra, vedeva nei militari tedeschi degli alleati, anche perché nei mesi precedenti il comportamento dei militari della 90.ma divisione nei confronti dei civili fu sostanzialmente corretto e lontano dalla brutale repressione che caratterizzerà gli occupanti nazisti nel Centro-Nord nel 1943-45.

Le contradditorie direttive del Governo Badoglio


A tutto questo va aggiunto il grande elefante nella stanza, ovvero la mancata chiarezza nelle direttive da parte del Governo Badoglio nei confronti degli ex alleati, che sostanzialmente spalancò le porte allo sfaldamento dell’intero esercito e all’occupazione nazista di buona parte della Penisola.
Basti pensare al proclama di Badoglio letto alla radio per annunciare l’armistizio:
«Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane.
La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”.

La frase finale, in particolare, sembra escludere la possibilità di avviare iniziative contro i tedeschi in mancanza di veri e propri attacchi. La famosa “Memoria O.P. 44” (documento di settembre del Comando militare di cui non ci è pervenuta nessuna copia) dei primi giorni di settembre dava sicuramente disposizione di opporsi alle possibili reazioni tedesche che avessero l’intento di restaurare il regime fascista. Ma relativamente alla Sardegna in un altro passaggio faceva anche riferimento alla necessità di “impedire con ogni mezzo ai Tedeschi di occupare i territori da noi tenuti; « mettere fuori i Tedeschi » con ogni mezzo e con la massima energia dai campi di aviazione; distruggere gli apparecchi; le installazioni e i campi stessi; predisporre specialisti capa­ci ecc. ecc.;
— distruggere depositi di carburanti, magazzini, ecc.;
— mettere fuori i reparti tedeschi isolati”.

Il generale Basso e l’accordo per la ritirata tedesca

In questo contesto non certo chiaro si mosse il generale Basso che, forse per carattere o per inclinazione o perché consapevole della propria inferiorità tattico-strategica, garantì immediatamente ai tedeschi che avrebbero potuto lasciare indisturbati l’Isola. Più precisamente, “la ritirata dei tedeschi non fu soltanto ostacolata, ma agevolata con la fornitura di mezzi e carburante, l’indicazione della direttrice da percorrere e la concessione di otto giorni per completare l’esodo”, scrive Cossu.
A pesare in questa linea di condotta furono probabilmente anche rapporti personali positivi, se non di vera e propria amicizia, tra Basso e Lungerhausen. Basti pensare che pochi giorni prima dell’armistizio, quando erano in corso le trattative tra italiani e angloamericani, Lungerhausen consegnò a Basso e ad altri generali italiani la croce di ferro hitleriana.
La vera e propria disobbedienza di Basso si può datare al 12 settembre
quando ricevette dal Comando supremo l’ordine «5V»: «Urge attuare con massima decisione la memoria 44, facendo fuori rapidamente comando e reparti tedeschi che si trovino ovunque in Sardegna et Corsica alt a tale scopo si rende indispensabile impedire passaggio 90.ma divisione dall’una all’altra isola».
Ma la risposta del generale al Comando Supremo fu che nessun attacco sarebbe stato possibile prima del 17, data nella quale sarebbero scaduti gli otto giorni di tempo assegnati a Lungerhausen per portare i suoi uomini fuori dalla Sardegna.
Basso in quei giorni incontrò un gruppo di antifascisti, capeggiati da Giuseppe Dessì, che si opponeva all’evacuazione ordinata dei tedeschi e chiedeva che si dessero anzi armi ai civili per partecipare alla lotta. La risposta del generale fu, secondo lo stesso Dessì, derisoria: “Calmatevi giovanotto! Non vorrete mica insegnarmi il mestiere!”.
Dunque, nulla cambiò: le truppe italiane si limitarono a controllare la ritirata tedesca, in una specie di inseguimento a distanza.

La Battaglia di La Maddalena e gli altri scontri durante la ritirata

Questo non toglie che l’evacuazione delle forze naziste sia stata completamente indolore. Il 9 settembre, in un confuso episodio presso Baressa, veniva ucciso un giovane contadino di 17 anni, e al posto di blocco stabilito dal 132.mo reggimento fanteria sul Ponte Mannu del Tirso, al comando del ten. col. Sardus Fontana, iglesiente, ci fu un breve scontro a fuoco; gli italiani ebbero un morto e 6 feriti, i tedeschi lasciarono sul terreno 2 morti ed 8 feriti. Ovviamente il maggiore episodio di resistenza fu la battaglia di La Maddalena, isola cruciale per l’evacuazione che era stata occupata – contravvenendo allo stesso accordo con Basso – dalle forze germaniche, ponendo agli arresti numerosi ufficiali italiani. Il capitano di vascello Carlo Avegno, in seguito Medaglia d’Oro della Guerra di Liberazione, organizzò una rivolta e la mattina del 13 settembre ingaggiò battaglia con i tedeschi, che si concluse in sole cinque ore con 32 morti, la maggior parte italiani. Alla fine, però, fu raggiunto un accordo finale con cui si stabilì che i tedeschi potessero passare senza essere attaccati, rinunciando in cambio a ulteriori rappresaglie.
Da notare che il giorno dopo questi cruenti fatti, a Tempio, Basso e Lungerhausen pranzarono insieme, ribadendo i termini del proprio accordo. La sera del 17 settembre 1943 l’imbarco delle truppe tedesche e dei reparti filotedeschi della Nembo da Palau e Santa Teresa di Gallura fu in pratica ultimato.

Il mancato intervento degli angloamericani

Ma se gli italiani non intervennero, perché fecero altrettanto gli americani, magari bombardando i tedeschi in ritirata? Secondo Cossu l’unica spiegazione possibile è che tra i comandi alleati abbia pesato un calcolo costi-benefici dell’operazione. Come Cronache Sarde aggiungiamo che occorre considerare che in quei giorni gli angloamericani erano impegnati soprattutto nello sbarco di Salerno (9 settembre) che li tenne impegnati per 10 giorni in durissimi scontri contro i tedeschi, tanto che a un certo punto l’operazione rischiò persino di fallire.
Resta il fatto che al 18 settembre 1943 la guerra in Sardegna finì e pochi giorni ebbe inizio il periodo di occupazione alleata. Ma il mancato attacco contro i tedeschi resta ancora una pagina aperta: Basso sarà accusato di «omessa esecuzione di incarico», arrestato nell’ottobre del 1944 e, dopo una lunga detenzione, assolto il 28 giugno del 1946 da un Tribunale militare.


Una sentenza che, a oltre 80 anni di distanza, continua a fare discutere. Quel che è certo è che grazie alle decisioni di Basso le truppe della 90ª Panzer Grenadier Division furono ampiamente facilitate nel proseguire la guerra. Quest’ultima affermazione risulta pienamente corroborata interrogando il database dell’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia, che attribuisce a questo reparto 16 massacri compiuti tra l’estate 1944 e la primavera 1945, per un totale di 44 vittime. Senza dubbio tutta la vicenda evidenzia come l’esercito italiano di stanza in Sardegna risentisse ancora profondamente del peso del ventennio fascista, come dimostra il trattamento riservato da Basso agli intellettuali antifascisti. Ma occorre considerare che siamo ancora distanti mesi dal reale coinvolgimento delle opposizioni nel governo nazionale che avverrà soltanto a inizio 1944 con la svolta di Salerno. Ancora alcuni giorni dopo i fatti raccontati, il re Vittorio Emanuele III era riluttante a dichiarare guerra alla Germania, cosa che avvenne soltanto il 13 ottobre 1943.

Una Sardegna diversa con una battaglia?

Resta l’interrogativo su quanto questa vicenda abbia influito sul futuro della Sardegna: è chiaro che con la scelta di Basso l’Isola ha beneficiato di un risparmio di morti e distruzioni difficilmente calcolabile. Proviamo però a immaginare, attraverso una breve ucronia, quale impatto avrebbe potuto avere un esercito capace di combattere frontalmente i nazisti, magari con l’aiuto dei civili sardi, riuscendo persino a impedirne l’evacuazione. Si tratterebbe oggi di uno degli episodi chiave della prima fase della resistenza italiana, al pari delle Quattro giornate di Napoli o anche superiore. E che sarebbe potuto diventare uno dei momenti fondanti della Sardegna democratica del dopoguerra, che invece non ha mai conosciuto un episodio di questo tipo. Con tutte le conseguenze del caso, sia relativamente al rapporto con la Resistenza che con il resto del Paese. La Sardegna è in pratica rimasta “isolata” dal momento fondativo della nuova Repubblica antifascista, nonostante il ruolo attivo giocato da tanti sardi che – ritrovatisi in Continente – parteciparono alle azioni partigiane. Anche se è difficile avventurarsi nella storia alternativa, non è azzardato sostenere che una Sardegna protagonista della prima fase della Resistenza avrebbe anche potuto spendere questo capitale politico: le procedure per l’approvazione dello Statuto speciale sarebbero potute essere più lineari, rendendo anche più concreta ed efficace l’autonomia concessa all’Isola nel secondo dopoguerra.

FONTI

  • Carla Cossu – L’estate delle spie: i servizi segreti americani in Sardegna nel 1943
  • Maria Rosa Cardia- La Sardegna nella strategia mediterranea degli Alleati durante la seconda guerra mondiale (1940-1943). I piani di conquista
  • Manlio Brigaglia: La Sardegna nella seconda guerra mondiale, 60° anniversario della Liberazione
  • The Twelfth US Air Force: Tactical and Operational Innovations in the Mediterranean Theater of Operations, 1943–1944
  • Attilio Mastino, Gian Giacomo Ortu, Manlio Brigaglia: Storia della Sardegna, il Novecento
  • La Battaglia di La Maddalena (9-13 settembre1943). Atti del convegno tenutosi a La Maddalena il 12 settembre 2019,
  • https://www.ns-taeter-italien.org/en/online-exhibitions/summer-1943/sardinia


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A proposito di Gianluigi Torchiani

giornalista, un po' troppo appassionato di storia, classic rock e calcio.

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