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Come la Sardegna respinse l’invasione francese del 1793
La storia della Sardegna, così come quella di tutte le altre nazioni e regioni del mondo, presenta alcuni episodi chiave che sono noti, per sommi capi, anche ai non appassionati. Uno di questi episodi è senz’altro il respingimento dell’invasione francese del 1793, che ha tutte le caratteristiche per restare impresso nella memoria collettiva. Che un gigante economico e politico come la Francia sia stato sconfitto dai sardi, in un periodo tra l’altro non troppo distante dai tempi nostri (e quindi ancora più comprensibile) è effettivamente qualcosa di sorprendente. Inoltre, in molti tendono ad attribuire questa sconfitta a uno dei personaggi più noti della storia mondiale, Napoleone Bonaparte, che, in effetti, un ruolo lo ebbe, anche se collaterale e minoritario rispetto alla storia che andremo a ricostruire.
Perché la Francia rivoluzionaria voleva conquistare la Sardegna
Innanzitutto, partiamo dalle basi: perché la Francia voleva invadere la Sardegna? E di quale Francia stiamo parlando? Già la data, 1793, dovrebbe farci drizzare le antenne: la tentata invasione avvenne a meno di 4 anni di distanza dall’inizio della Rivoluzione Francese. Che era nel bel mezzo del suo svolgimento: pochi mesi prima, nell’estate del 1792, con la presa delle Tuileries da parte della folla rivoluzionaria, ci fu l’arresto di Re Luigi XVI e la caduta della Monarchia, con conseguente proclamazione della Repubblica (21 settembre). Che per circa un anno fu retta dalle forze rivoluzionarie più moderate (i girondini), ma che già dall’estate del 1793 avrebbe conosciuto la presa del potere da parte dei più radicali giacobini e l’avvio della stagione del Terrore. In ogni caso, nel 1793 siamo ancora lontani dall’epopea napoleonica, che portò le forze armate francesi alla conquista dell’Europa. Lo stesso Napoleone non era altro che un giovane ufficiale di artiglieria, pressoché sconosciuto, che si farà conoscere al mondo nella Campagna d’Italia del 1795-96 e salirà al potere soltanto nel 1799. La Francia, al contrario, era sotto attacco da parte delle forze della cosiddetta Prima Coalizione (in pratica tutte le principali potenze europee), ben decise a soffocare la rivoluzione e a riportare sul trono i Borbone. In realtà, dopo un inizio terribile per le forze rivoluzionarie, la vittoria di Valmy contro gli austro-prussiani (20 settembre 1792) aveva dato respiro e fiducia al governo repubblicano espresso dalla Convenzione. Tanto fu l’entusiasmo generato dalla vittoria che, con un decreto del 19 novembre 1792, fu proclamato il diritto universale alla libertà e il diritto-dovere della Francia di intervenire a favore di tutti i popoli che si ribellassero ai tiranni. E le azioni non si fecero attendere: grazie al predominio della flotta francese nel Mediterraneo, negli ultimi mesi del 1792 fu esercitata una forte pressione su Genova (allora una repubblica indipendente). Inoltre, proprio in quei mesi fu decisa una spedizione per occupare la Sardegna e un’altra contro Napoli. A quell’epoca, già da diversi decenni, l’isola era governata dai Savoia e, proprio per questo motivo, si trovava nel bel mezzo della guerra europea. Come scrive Luciano Marroccu, “Nel luglio del 1792 Vittorio Amedeo III era entrato in guerra contro la Francia, unendosi alla crociata antirivoluzionaria promossa dall’Austria, senza forza a tener conto del fatto che, vista la posizione geografica, il suo regno avrebbe dovuto sopportare da solo il primo impatto della guerra. Quanto ai francesi, la spedizione alla conquista della Sardegna, pur non mancando di ragioni di trattamenti militari, era soprattutto espressione di un progetto di liberazione dei popoli oppressi dell’Europa, e quindi anche dei sardi.”.

La mobilitazione di Cagliari in vista dell’attacco francese
Tra la fine del 1792 e l’inizio del 1793 fu insomma chiaro a tutti che la Sardegna sarebbe presto stata attaccata dalle forze francesi e che le truppe piemontesi presenti nell’Isola sarebbero state insufficienti per fronteggiare l’invasione. E ulteriori rinforzi dal Continente sarebbero stati improbabili, considerato che lo stesso Piemonte era a rischio di essere investito da Ovest dalle truppe della République. In questa circostanza i francesi probabilmente si attendevano una qualche rivolta sarda contro i Savoia e la tirannia feudale ancora vigente. In realtà, lo spauracchio della rivoluzione ebbe soltanto l’effetto di ridestare le forze dell’Ancien Regime sardo, che poterono contare anzi su una notevole partecipazione popolare. In particolare, a giocare un ruolo decisivo fu la nobiltà cagliaritana: il 4 gennaio lo stamento dei nobili si autoconvocò e il giorno successivo dettò i provvedimenti indispensabili per fronteggiare l’invasione.
“Primo, che ai sindaci di Marina, Stampace e Villanova venga affidato all’arruolamento di una leva straordinaria, da aggiungere se già scritti alla milizia nazionale, e che si destinino cinque soldi al giorno a tutti i volontari muniti di schioppo. Secondo, che i quattromila uomini così arruolati vengano divisi in un certo numero di compagnie, ognuna delle quali guidata da un comandante. Terzo, che si provveda l’acquisto di dieci cannoni. Quarto, che si attrezzi un ospedale e si destinino a essi un medico e un chirurgo. Quinto, che si provveda ad abbassare d’imperio i prezzi del pane e della carne e del vino. Insomma, lo stamento dei nobili si assume in carico la responsabilità del lavoro che toccherebbe al vicerè e di cui il vicerè non si dimostra all’altezza”, ricorda sempre Marroccu in Cagliari, storia di una Città.
Mentre i cagliaritani si affannavano nei preparativi, la storia continuava a correre veloce: il 21 gennaio il re Luigi XVI fu ghigliottinato, un episodio che negli anni successivi avrebbe ulteriormente alimentato l’azione militare delle potenze europee contro la Francia.
I piani militari francesi
All’inizio di gennaio, la flotta francese salpata da Tolone arrivò dunque in Sardegna, ma il maltempo la fece allontanare dal Golfo degli angeli verso Ovest. Così il comandante della spedizione, Laurent Truguet, decise di impadronirsi delle isole di San Pietro e Sant’Antioco, che conquistò senza difficoltà. Dopo alcuni tentativi infruttuosi di trattative, intervallati anzi da pesanti scontri con le milizie sarde nell’area di Palmas, il 27 gennaio 1793 la flotta francese comparve di fronte alla città di Cagliari, iniziando immediatamente un bombardamento contro le mura cittadine, con l’obiettivo di aprire una breccia. La prima giornata si rivelò infruttuosa, con i colpi dell’artiglieria che – complice il mare agitato – mancarono spesso il bersaglio. Il giorno dopo i francesi riuscirono ad aggiustare il tiro ma sostanzialmente le mura ressero, mentre i sardi riuscirono a infliggere alcuni danni alla flotta con le proprie batterie, spingendo il comando transalpino a cambiare i propri piani d’attacco. Il nuovo programma prevedeva la conquista, una dopo l’altra, di Sant’Elia e Bonaria, ovvero due colline vicinissime alla Cagliari dell’epoca, dalle quali si sarebbe poi potuti procedere a un bombardamento più mirato e procedere infine alla conquista della città. La presa delle posizioni prefissate avrebbe dovuto essere garantita da una forza terrestre di 4.000 uomini, che tra il 14 e il 15 febbraio sbarcarono a Margine Rosso (all’inizio del Poetto di Quartu). “Il piano si basa sull’assoluta superiorità francese in mare, ma non tiene abbastanza conto delle difficoltà del terreno, che dal punto di sbarco fino al colle di Sant’Elia è un succedersi di poderose dune di sabbia, dietro le quali si sviluppa tutto un intrico di canali e stagne”, scrive Marroccu in Cagliari, Storia di una città.
Lo sbarco al Poetto e la battaglia contro i francesi
In effetti, nonostante lo sbarco fosse riuscito, la marcia nel Poetto (allora ricco di dune di sabbia) fu faticosa per i francesi, che in buona parte erano anche ubriachi. Le truppe riuscirono comunque a raggiungere l’area di Sant’Elia, più o meno dove sorge il vecchio Stadio e lì si accamparono per riposarsi, ma in realtà lo scontro decisivo si svolse quella stessa notte, tra il 15 e il 16 febbraio. Contro i 4.000 francesi si avventarono tre battaglioni di truppe miliziane, ognuno dei quali forte di cinquecento uomini; i sardi erano dunque in chiara inferiorità numerica. Ma più che una classica battaglia settecentesca dove il numero dei fucili sarebbe stato decisivo, lo scontro si rivelò un sanguinoso corpo a corpo. All’inizio il primo contatto fu favorevole alle truppe francesi, tanto da far indietreggiare i miliziani sardi, finché non intervenne nella mischia un nuovo contingente sardo, forte di mille uomini e comandato dall’avvocato Gerolamo Pitzolo. Le truppe transalpine, dopo aver perso qualche centinaio di uomini tra caduti e prigionieri, si ritirarono così affannosamente, cercando di tornare verso il punto di sbarco, probabilmente senza neppure essere seguite dai sardi. Successivamente si aprì tra gli stessi francesi una forte lite, al limite dell’ammutinamento, tra il comandante Truguet – ancora non rassegnato al fallimento dell’operazione – e la truppa, che invece richiedeva il reimbarco immediato. Alla fine – siamo nel pieno periodo rivoluzionario, non dimentichiamolo – i soldati ebbero la meglio: le operazioni di reimbarco iniziarono la sera del 19 febbraio per essere completate il 20. Due giorni dopo il primo gruppo di navi francesi lasciò Cagliari, seguito dai giorni immediatamente successivi dalle altre. Truguet addossò le colpe del fallimento della spedizione ai suoi soldati, che dal suo punto di vista si erano presi a fucilate tra loro ed erano fuggiti senza combattere.

Napoleone e la spedizione contro La Maddalena
E in tutto questo, che ruolo ebbe Napoleone? In realtà il giovane corso non fu coinvolto direttamente nella tentata occupazione di Cagliari. Ma pochi giorni dopo i fatti che abbiamo raccontato, il 22 febbraio 1793, partecipò – come secondo del comandante Colonna Cesari – a una spedizione di dimensioni più limitate che puntava a impossessarsi dell’arcipelago di La Maddalena. Complice il maltempo e la strenua resistenza sardo-piemontese anche in questo caso l’attacco non andò a buon fine e pochi giorni dopo – nonostante l’opposizione dello stesso Bonaparte – fu decisa la ritirata. Insomma, nel 1793 i sardi non soltanto non si ribellarono contro i nobili, ma contribuirono alla difesa dell’isola, probabilmente spinti anche dall’ostilità nei confronti dei francesi e dall’attaccamento alla propria terra e alle proprie tradizioni. Negli anni successivi la Sardegna si sarebbe rivelata fondamentale per la sopravvivenza della dinastia sabauda, dopo la perdita dei territori piemontesi (1798-99), e per la prosecuzione della guerra nel Mediterraneo contro la Francia rivoluzionaria e, in seguito, napoleonica. Ma soprattutto, questo ritrovato protagonismo delle classi dirigenti sarde sarebbe sfociato ben presto nelle rivendicazioni che portarono nel 1794 a Sa die de sa Sardigna e ai successivi moti antifeudali guidati da Giovanni Maria Angioy. “Nobili e borghesi cagliaritani non solo hanno assaporato il piacere del comando, ma riunendo dopo più di un secolo di silenzio le antiche assemblee parlamentari, hanno riscoperto il valore delle tradizionali autonomie sarde. I cagliaritani non lo sanno, ma la scomparsa all’orizzonte delle navi francesi fa scendere il sipario solo sul primo atto di una storia più lunga, dalle loro torri hanno assistito allo spettacolo della guerra. Presto saluteranno la rivoluzione”, evidenzia Marroccu.

E se i francesi avessero conquistato la Sardegna?
Ma cosa sarebbe successo se i francesi avessero vinto? Probabilmente i simpatizzanti sardi della République sarebbero usciti allo scoperto e la Sardegna sarebbe diventata una repubblica, così come quelle sorte qualche anno dopo in Liguria, a Napoli e in Italia del Nord, sotto il protettorato di Parigi. Difficile dire, tuttavia, quanto questa formula avrebbe potuto attecchire nel tempo, considerata l’ostilità della popolazione sarda dimostrata dai fatti del 1793 e delle problematiche che avrebbe comportato il mantenimento di una presenza militare francese, dati i numerosi altri fronti di guerra in Europa. Quel che è certo è che il fallimento dell’invasione è stato un crocevia importante della storia sarda, anche se lo scontro militare in sé non fu certo dei più memorabili. Ancora più importante è constatare come, nonostante nell’immediatezza del conflitto la Francia fosse stata rappresentata come l’Anticristo e i successivi grandi omaggi a Sant’Efisio, la sconfitta dei francesi non portò a un esito vandeano o reazionario per la Sardegna. Ma fu anzi l’inizio di un periodo “rivoluzionario” e di un tentativo di modernizzazione degli equilibri economici e politici dell’Isola.
Bibliografia
- Cagliari, storia di una città, Luciano Marroccu
- Storia popolare dei sardi e della Sardegna, Luciano Marroccu
- Réfugiés politiques et diplomates pour l’institution d’une République
sarde sous la protection de la France (1796-1800), Federico Francioni - La crisi politica del regno di Sardegna: dalla rivoluzione patriottica ai moti antifeudalii (1793-1796), Antonello Mattone, Piero Sanna
- AGENTI E DIPLOMATICI FRANCESI IN ITALIA DURANTE LA RIVOLUZIONE. LA RELAZIONE DI FRANÇOIS CACAULT NEL DICEMBRE 1792, Pasquale Villani
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